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VOLTI
NEGATI
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Naufraghi.
Cronache a Sud della Fortezza
Articolo di Antonello Mangano - fonte www.terrelibere.org
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Un
numero indefinito ed enorme di cittadini della sponda sud ed est
del Mediterraneo ha perso la vita negli ultimi anni nel tentativo
di raggiungere e superare le frontiere dell'Europa fortezza.
Alle vittime è offerta commiserazione, indifferenza, falsa
pietà e la commozione preconfezionata del telegiornale. Alle
nuove potenziali vittime sono presentate baionette e fili spinati.
Una ricostruzione delle maggiori tragedie avvenute negli ultimi
10 anni nel Mediterraneo, il mare-cimitero. Per non dimenticare,
per ribadire la mostruosità delle frontiere.
di Antonello Mangano - ottobre 2003
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"Quando
Colombo incontrò i primi indigeni
nella piccola isola dei Caraibi da lui
battezzata San Salvador questo avvenne:
l'uomo incontrò sé stesso e non si riconobbe"
Ernesto Balducci, Montezuma scopre l'Europa
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Naufraghi.
Cronache a Sud della Fortezza
1. Introduzione
2. Scheda - Dieci anni di tragedie
3. I naufraghi
3.1. La strage di Natale
3.2. La strage del Venerdì santo
3.3. Adriatico mare della morte
3.4. Lampedusa e Pantelleria
3.5. Puntasecca
3.6. Le tragedie sfiorate
3.7. Per i morti in silenzio
4. I profughi
4.1. Kurdi: l'"invasione" dei perseguitati
4.2. Albanesi: "li prenderemo tutti"
4.3. Il diritto d'asilo e il protettorato italiano
5. I poveri |
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1.
Introduzione
Questa inchiesta si apre con due considerazioni
La prima: le frontiere non soltanto sono assurde ma anche omicide.
Stanno provocando una spaccatura forse incolmabile tra le due sponde
del Mediterraneo. Presto non parleremo semplicemente con migranti
e potenziali lavoratori, ma sempre più con parenti delle vittime
dei naufragi, che presumibilmente saranno sempre più insofferenti
delle nostre ragionevoli argomentazioni (le quote, il reddito sufficiente,
la carta di soggiorno) e sempre più legati al ricordo della
morte dei loro cari.
Anche le soluzioni ipotizzate dalle istituzioni nazionali ed europee
(bloccare i viaggi, pattugliare ogni metro quadro d'acqua, stipulare
accordi capestro coi Paesi d'origine) sembrano fatti apposta per scavare
un solco ancora maggiore.
In secondo luogo, i media continuano ad usare un linguaggio stereotipato
nel riferirsi alle tragedie dell'immigrazione. Anche a partire dalla
notevole ricchezza offerta dal vocabolario della lingua italiana,
sarebbe opportuno evitare di usare sempre le stesse espressioni:
- il viaggio della speranza
- l'invasione dei disperati
- le carrette del mare
- l'emergenza clandestini
- etc.
Oltre che banali e ripetitive, queste frasi non rispecchiano assolutamente
la realtà e offrono un'immagine vittimizzante, banale ed indistinta.
Molti migranti lasciano il proprio Paese con le ragioni più
svariate, e spesso - come autorevoli inchieste hanno dimostrato -
con un progetto di vita articolato e la ferrea determinazione a metterlo
in pratica.
Di conseguenza, non permettevi mai più di chiamarli disperati.
Forse il 20 ottobre del 2003 è stato un giorno storico per
l'immigrazione straniera in Italia.
Non solo per l'ennesima tragedia del mare, 70 africani morti al largo
di Lampedusa ed i superstiti disidratati trascinati in porto dal peschereccio
"Sant'Anna",
Nemmeno per la proposta di legge di Alleanza Nazionale, che ipotizza
per gli immigrati che rispettano stringenti requisiti l'elettorato
attivo e passivo alle amministrative.
Il 20 ottobre - finalmente - giornali radio, siti web, telegiornali
e carta stampata hanno dedicato di titoli di testa ad una tragedia
infinita, uno stillicidio di morti in mare, una serie infinita che
da anni ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero.
Il nuovo naufragio non ha generato le solite poche righe, i 10 secondi
distratti.
Un segno importante? Probabilmente no. Vedremo in futuro. Nel frattempo,
prevedendo che la "terribile tragedia dei viaggi della speranza"
sarà presto archiviata dalla macchina-tritatutto dell'informazione
spettacolo, ricostruiamo i naufragi più gravi (anche se questo
termine appare improprio? Come si misura la gravità di un naufragio?
Dal numero dei morti? Dalla dinamica dell'accaduto?) per ricordare.
Perché la memoria è più importante dei 60 secondi
di indignazione preconfezionata dal tubo catodico.
Primo agosto del 1997. Mohamed Boughnahmi era un cittadino della Tunisia.
Era cieco e voleva operarsi in Italia. E' morto nella tarda serata
di un venerdì, insieme ad altri sette naufraghi, a poca distanza
dalla costa di Pantelleria.
Zabihullah Basha è un cittadino pakistano, padre e zio di due
delle vittime della strage di Natale. Ha gridato con tutte le sue
forze che - nella notte di Natale del '96 - 289 immigrati asiatici
erano stati inghiottiti dalle onde del canale di Sicilia.
Abdul Kheeder è un ingegnere elettronico di 48 anni, con passaporto
iracheno. Sentendosi kurdo prima che iracheno, ha rifiutato di mettere
le sue capacità professionali al servizio di una società
che fabbricava armi pesanti per Saddam Hussein. "Lavoravo già
in una società edile, non volevo mettermi con i guerrafondai
iracheni". Kheeder non ha voluto contribuire alla costruzione
di armi usate contro il suo popolo ed ha pagato il rifiuto con minacce
di morte. La fuga era l'unica via rimasta. Khedeer era tra le centinaia
di kurdi sbarcati nell'estate del 1997 a Badolato, sulla costa catanzarese.
Il suo viaggio si è interrotto in una triste questura italiana.
Il 19 novembre del 1997 entrava in vigore - mediante la legge sull'immigrazione
del governo di centrosinistra - il sistema Schengen. Le frontiere
interne ai paesi UE venivano spalancate, mentre quelle con l'esterno
devono essere blindate.
Tutto ciò significa che, escluse pochissime eccezioni, da allora
l'ingresso clandestino è l'unico mezzo per entrare in Italia.
La legge sull'immigrazione si adeguava al modello Ue di Europa-fortezza
e sanciva lo status di baluardo sud per le frontiere italiane. Questa
impostazione sarà poi confermata e rafforzata in seguito, con
la successiva legge Bossi-Fini.
I provvedimenti legislativi e le drammatiche storie degli immigrati
sono fatti senza connessione ? Chiaramente no. Ma è sempre
più raro ascoltare qualcuno che metta in relazione le leggi
sull'immigrazione e le conseguenze reali, concrete, materiali che
queste hanno. Alcuni parlano di "coniugare solidarietà
e ordine pubblico", altri di "rispettare gli impegni europei",
altri ancora chiedono di "governare i flussi migratori".
Sono sempre di meno quelli che parlano dei diritti degli esseri umani.
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| 2.
Scheda - Dieci anni di tragedie |
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Data
|
Luogo
|
Morti
|
Superstiti
|
31
dicembre 1992
|
Costa
di Otranto |
10
|
1
|
| 12
ottobre 1994 |
Capo d'Otranto |
12
|
13
|
| 18
ottobre 1994 |
Cesine
(Otranto) |
2
|
|
| 11
settembre 1995 |
Canale
d'Otranto |
15
|
12
|
| 30
novembre 1995 |
Canale
d'Otranto |
19
|
?
|
| 1
dicembre 1995 |
Canale
di Otranto |
17
|
5
|
| 25
aprile 1996 |
Basso
Adriatico, a largo di Vieste |
6
|
14
|
| 26
aprile 1996 |
Lampedusa |
14
|
5
|
| 24
dicembre 1996 |
A
sud di Capo Passero,annegano duecento clandestini, soprattutto
pakistani, tra Malta e la Sicilia, in seguito allo scontro tra
il cargo libanese "Friendship" e la motonave "Yohan".
|
289
|
29
|
| 23
marzo 1997 |
Canale
di Otranto |
5
|
|
| 28
marzo 1997 |
Canale
di Otranto. In seguito ad uno scontro con la corvetta della
Marina militare italiana "Sibilla" affonda la nave
albanese "Kater I Rades". Vengono recuperati i cadaveri
di quattro clandestini, mentre 34 di loro vengono tratti in
salvo. Nel successivo mese di ottobre viene recuperato il relitto
dell'imbarcazione, con a bordo altri 54 cadaveri. |
85
|
34
|
| 2
agosto 1997 |
Pantelleria |
8
|
32
|
| 21
novembre 1997 |
Basso
Adriatico. Sedici clandestini albanesi partiti da Durazzo muoiono
nel canale d'Otranto per lo scoppio del gommone. |
16
|
11
|
| 9
settembre 1998 |
Coste del Salento. Tre scafisti gettano in mare nove bambini,
tra cui tre neonati, che si trovavano a bordo del loro gommone.
Alcuni di loro vengono salvati dai genitori, altri vengono recuperati
dai carabinieri. |
|
|
| dicembre
1999 |
Affonda un gommone carico di clandestini nel canale d'Otranto.
Muoiono 59 immigrati. |
59
|
|
| 16
maggio 1999 |
Sei
clandestini, tra cui alcuni bambini, muoiono in seguito allo
scontro del gommone su cui viaggiavano contro uno scoglio nelle
acque di Valona, in Albania. |
6
|
|
| 15
agosto 1999 |
Al
largo delle coste montenegrine sarebbe naufragata una "carretta
del mare" carica di famiglie Rom. Sarebbero oltre un centinaio
i morti. |
100
|
|
| 4
maggio 2000 |
Un gommone carico di immigrati sperona un'imbarcazione della
polizia a quattro chilometri dalla costa del Salento. Muoiono
due clandestini e sono almeno dieci i dispersi. |
12
|
|
| 9
luglio 2001 |
Quattro
clandestini gettati in mare dagli scafisti muoiono mentre tentano
di raggiungere a nuoto le coste del ragusano, tra Puntasecca
e Scoglitti. Gli immigrati erano stati abbandonati a diverse
centinaia di metri dal litorale siciliano. |
4
|
|
| 10
giugno 2001 |
Muoiono
a Trani, in provincia di Bari, dodici clandestini albanesi,
forse gettati in mare dagli scafisti. I superstiti sono 22.
|
12
|
22
|
| 14
gennaio 2002 |
Due
scafisti, per sfuggire alla polizia di frontiera di Otranto
che li aveva intercettati, lanciano sugli scogli un gommone
carico di clandestini. Una decina di immigrati cadono in acqua
ed un albanese di 25 anni viene ferito gravemente. |
|
26
|
| 7
marzo 2002 |
Nel
canale di Sicilia, a 65 miglia da Lampedusa, naufraga un'imbarcazione
di sette metri. Sono dodici i clandestini morti, mentre è
incerto il numero dei dispersi. |
60
|
12
|
| 11
marzo 2002 |
Sei
cadaveri di immigrati legati allo scafo di un gommone in avaria
vengono recuperati sulla costa di Otranto. Il gommone, che era
partito da Valona, in Albania, si era incendiato. Vengono salvati
23 clandestini. |
|
23
|
| 8
giugno 2002 |
A
poche decine di metri dalla costa di Castro Marina, in provincia
di Lecce, degli scafisti albanesi, avvistati dalla Guardia di
finanza, gettano in mare 40 clandestini ed accoltellano quelli
che oppongono resistenza. Vengono recuperati in mare quattro
cadaveri. |
4
|
40
|
| 12
giugno 2002 |
Muoiono
a Kelibia, in Tunisia, 11 immigrati che tentavano di imbarcarsi
clandestinamente per l'Italia. Le vittime cercavano di raggiungere
a nuoto la nave che si trovava ormeggiata al largo. |
11
|
|
| 22
luglio 2002 |
A
Valona, in Albania, in uno scontro tra un gommone carico di
clandestini ed una motovedetta della Guardia di finanza muoiono
due immigrati. |
2
|
|
| 18
settembre 2002 |
Settantotto immigrati africani ed asiatici vengono soccorsi
a 30 miglia da Lampedusa. I clandestini erano a bordo di un'imbarcazione
in avaria, forse salpata dalle coste turche. |
|
68
|
| 15
settembre 2002 |
Affonda
un'imbarcazione a circa mezzo miglio da Capo Rossello, sul litorale
agrigentino. Vengono recuperati i corpi di 37 immigrati clandestini
sulle coste di Realmonte, in provincia di Agrigento. Si tratta
di liberiani, 92 dei quali riescono a scampare al naufragio.
I due scafisti vengono arrestati. |
37
|
92
|
| 22
settembre 2002 |
Uno
scafista abbandona in mare, a 300 metri dalla spiaggia di Scoglitti,
in provincia di Ragusa, un carico di tunisini. Muoiono 14 immigrati,
i cui corpi vengono ritrovati a 40 chilometri da Ragusa, mentre
una cinquantina di loro si salva. Lo scafista viene arrestato
in mare mentre tenta la fuga verso Gela. |
14
|
50
|
| 1
dicembre 2002 |
Vengono recuperati in tutto 44 cadaveri, vittime di due naufragi
a largo delle coste della Libia e del Marocco. |
44
|
|
| 19
gennaio 2003 |
Al
largo delle coste pugliesi, a venti miglia da Capo Santa Maria
di Leuca, vengono recuperati sei cadaveri di clandestini, di
nazionalità curda irachena. La piccola imbarcazione sulla
quale viaggiavano gli immigrati viene intercettata dalla petroliera
russa "Brother 4". A bordo ci sono sei uomini sopravvissuti,
mentre sono 23 i dispersi |
29
|
6
|
| 19
gennaio 2003 |
Annegano,
al largo del Marocco, 18 clandestini che si trovavano a bordo
di un gommone mentre cercavano di raggiungere l'Europa |
18
|
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| 1
maggio 2003 |
Avvistato
un cadavere alla deriva al largo di Lampedusa |
1
|
|
| 17
giugno 2003 |
Affonda
una barca al largo di Lampedusa. Sei i corpi recuperati, ma
a bordo dell'imbarcazione c'erano circa 70 persone. Solo tre
i superstiti. |
70
|
3
|
| 20
giugno 2003 |
A
20 miglia a sud est delle isole di Kerkenah, al largo della
Tunisia, affonda un'imbarcazione con a bordo circa 200 persone.
I cadaveri recuperati sono 20. |
180
|
40
|
| 29
giugno 2003 |
Affonda
a largo di Cap Bon un'imbarcazione diretta verso Lampedusa,
tre persone perdono la vita ed altri 35 vengono salvati. |
3
|
35
|
| 3
ottobre 2003 |
Sempre
a largo dell'isola di Lampedusa affonda una piccola imbarcazione
con a bordo 30 cittadini nordafricani. Uno di loro perde la
vita. |
1
|
30
|
| 17
ottobre 2003 |
Un'imbarcazione
con a bordo circa 30 immigrati clandestini è affondata
a largo di Lampedusa. Quattro migranti sono morti annegati.
|
4
|
25
|
| 20
ottobre 2003 |
Una
barca con circa 80 persone a bordo è tratta in salvo
da un motopeschereccio. Almeno 13 persone avevano già
perso la vita per la fame e la sete. |
13
|
80
|
| 21
ottobre 2003 |
Una
barca piena di immigrati clandestini che cercavano di raggiungere
l'Italia è affondata al largo delle coste tunisine. La
guardia costiera ha recuperato cinque cadaveri e salvato 10
naufraghi. Ma almeno sette persone risultano disperse. Sono
tutti di nazionalità tunisina. |
12
|
10
|
|
tot.
|
426
|
223
|
|
| |
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| 3.
I naufraghi |
I
mari italiani sono stati trasformati in cimiteri, popolati da cadaveri
albanesi, kurdi, tunisini, pakistani, somali, indiani. I militari
italiani sono diventati assassini, in maniera diretta (come nel caso
della corvetta Sibilla in Adriatico) o indiretta. La stampa italiana
alterna le lacrime di coccodrillo per "l'ennesima tragedia del
mare" ed i silenzi omertosi gonfi di ipocrisia. I politici di
tutti gli schieramenti mascherano il loro imbarazzo dando la colpa
prima alle "mafie" poi ai "terroristi" (personificazione
del male assoluto cui attribuire ogni nostra responsabilità).
Parenti e concittadini delle vittime hanno talvolta scaricato parole
di odio, i primi segnali di un muro di rancore destinato ad innalzarsi
ed a produrre nuove tragedie, sempre più gravi.
Sono solo alcune delle conseguenze che derivano dalla chiusura della
frontiere decisa dalla convenzione di applicazione del trattato di
Schengen e dagli altri accordi comunitari ha trasformato le coste
spagnole, italiane e greche nel baluardo meridionale dell'Europa-fortezza. |
|
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| 3.1.
La strage di Natale |
Sono
partiti da Istanbul, dall'India, da Antakia (un porto turco), da Colombo,
da Karachi e poi da Atene. Provenienze diverse per un'unica destinazione:
il porto del Cairo. Lunghi viaggi di fortuna, sistemazioni precarie
e disumane, dopo anni di lavoro per racimolare il denaro da consegnare
ai trafficanti.
Circa 400 persone, dopo aver versato ciascuno almeno un migliaio di
dollari, sono state imbarcate sulla "Friendship", che ha
atteso in porto 12 giorni, per partire a pieno carico. Una attesa
vana che si conclude col primo trasferimento: bisogna trasbordare
sulla "Yohan", un cargo da 1500 tonnellate che batte bandiera
honduregna.
Stavolta si parte: circa 470 persone rinchiuse in una stiva (due ore
d'aria al massimo), a tirare avanti per venti giorni con un litro
d'acqua quotidiano ed un pezzo di pane.
Qualche giorno prima di Natale, la "Yohan" entra in un porto
siciliano: potrebbe essere la volta buona per lo sbarco, ma il guardacoste
intercetta la nave e la costringe alla fuga. A questo punto occorre
aspettare un battello maltese per il trasferimento a terra.
Il battello arriva la notte di Natale, si chiama F174 ed è
fatto di tavole di legno tenute da corde perché non si sfasci.
I passeggeri dello "Yohan" sono esasperati e non danno ascolto
a chi consiglia loro uno sbarco scaglionato: salgono in massa sul
battello maltese, che è lungo 18 metri e già trasporta
una cinquantina di persone.
Quando l'F174 si allontana ha circa 400 persone a bordo ed un foro
a prua, frutto di un urto con la "Yohan". Si tenta di raggiungere
la costa siciliana, distante 30 km. Il battello imbarca acqua, e non
bastano gli sforzi dei passeggeri per ricacciarla in mare con i secchi.
Mentre la nave più piccola inizia ad immergersi di prua, giunge
la "Yohan", chiamata per prestare soccorso. Le due imbarcazioni
finiscono per scontrarsi, il battello si spacca in tre ed affonda.
Una ventina di persone si salvano sui mezzi di soccorso lanciati dalla
"Yohan", per gli altri c'è la morte.
La nave riparte per la Grecia, rischia un nuovo naufragio, scarica
i sopravvissuti e gli altri passeggeri. I trafficanti minacciano tutti
di non parlare dell'accaduto. Qualcuno fugge e racconta alla polizia
greca, altri vengono arrestati ed ugualmente raccontano. La "Yohan"
viene bloccata il 28 febbraio dopo aver sbarcato 150 asiatici a sud
di Reggio Calabria. I beni dei naufraghi rimasti sulla nave, una serie
di testimonianze convergenti ed alcuni cadaveri ritrovati giorni dopo
in mare hanno contribuito a dimostrare ciò che è accaduto.
Le autorità italiane avevano a lungo espresso dubbi sull'accaduto.
La stampa inglese ha dimostrato più interesse alla vicenda
di quella italiana. L'ambasciata del Pakistan ha trasmesso la lista
degli scomparsi alla Farnesina, senza ricevere risposta.
Ci sono volute le inchieste di pochi giornalisti, le indagini della
polizia greca, della Procura di Reggio Calabria e di alcuni parenti
delle vittime (tra cui Zabihullah Basha) per affermare una verità
spaventosa: quella notte 289 tra indiani, cingalesi e pakistani morirono
annegati al largo di capo Passero. |
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| 3.2.
La strage del Venerdì santo |
La
politica dell'Europa-fortezza spinta alle estreme conseguenze.
E almeno 85 persone sepolte in fondo all'Adriatico. La tragedia avvenuta
la notte del 28 marzo nel canale d'Otranto è stato solo l'ultimo
e più drammatico atto dei rapporti neocoloniali intessuti tra
Italia ed Albania.
Tuttavia, il 28 marzo sarà probabilmente ricordato anche come
una data importante non solo per i rapporti tra i due paesi, ma anche
per quelli tra Nord e Sud del mondo. Nella notte in cui l'egoismo
dei benestanti è diventato assassino, dall'Albania sono giunte
parole cariche di odio e desiderio di vendetta.
I fatti sono noti, ma vale la pena ricordarli in un'epoca di informazione
usa-e-getta. Era il periodo della rivolta contro il presidente-criminale
Berisha (grande amico dell'Italia) e le finanziarie truffa. Era il
periodo in cui l'esodo verso le coste italiane si era fatto ancora
più intenso ed i media gridavano all'invasione dei criminali
venuti dai Balcani.
Già il 23 marzo cinque albanesi partiti da Valona erano morti
nel tentativo di raggiungere la costa italiana. Non avevano commosso
nessuno, anzi era quasi unanime la volontà di fermare l'arrivo
dei profughi con qualunque mezzo.
Il governo decideva quindi di predisporre il blocco navale denominato
in codice "Operazione bandiere bianche": il compito affidato
alle navi della marina militare era di fermare tutte le imbarcazioni
dei profughi.
Il dragamine "Kater I Rades" parte dall'isoletta di Saseno,
luogo di raccolta dei profughi. Si tratta di una vecchissima imbarcazione
militare riadattata per traghettare i profughi. A 35 miglia dalle
coste leccesi, in acque internazionali, il Kater è individuato
dalle unità italiane ed inseguito per un breve tratto.
La nave italiana che più si avvicina è la corvetta Sibilla,
che intima l'alt agli albanesi e continua ad avanzare. Non si ferma
neanche la nave dei profughi, perché ignora il pericolo o semplicemente
perché il mare forza sette non glielo permette. La Sibilla
sperona sulla fiancata il Kater. Decine di persone annegano nelle
acque gelate, donne e bambini per la maggior parte.
Dal 29 marzo, per qualche giorno, è il tempo delle lacrime
di coccodrillo. Berlusconi va a Brindisi a fare le sceneggiata, dimenticando
che il suo quotidiano (Il Giornale) è stato il più violento
nella campagna razzista contro gli albanesi. Il governo farfuglia
scuse confuse, e non ricorda le profetiche parole dell'Unhcr, l'organismo
Onu che si occupa dei rifugiati.
Infatti, appena appresa la decisione del blocco navale, dalle Nazioni
Unite erano arrivate pesanti critiche contro un'azione che mirava
a fermare i profughi in acque internazionali. E' bene ricordare che
l'accoglienza dei rifugiati era un dovere per il governo Prodi, in
ossequio alla Costituzione (art. 10) ed ai trattati internazionali.
Il 30 marzo, domenica di Pasqua, i primi superstiti giungono a Brindisi.
Alcuni parenti delle vittime urlano "italiani assassini"
di fronte alle telecamere. E' il momento di massimo sconcerto anche
per i razzisti più duri. Rimane imperturbabile solo il vertice
della Marina militare: l'ammiraglio Mariani spiega ai giornalisti
che la colpa è degli irresponsabili albanesi, "perché
sono loro che sono venuti addosso a noi".
Ma anche i volti commossi e le facce corrucciate mostrati subito dopo
la tragedia erano falsi ed ipocriti, e la prova è nei dati
riassunti nella tabella: l'Adriatico e gli altri mari che circondano
l'Italia continuano ad essere mari della morte, anche senza speronamenti
e stragi di massa. Uguale discorso per i mari greci e spagnoli. Purtroppo,
lo stillicidio di naufragi non interessa i media né il governo
italiano, troppo impegnato a predisporre i mezzi più efficaci
per le espulsioni e per la "blindatura" delle frontiere.
A novembre, a circa sette mesi dalla strage, le salme sono state recuperate
e trasportate in Albania, per i funerali svolti alla presenza della
autorità albanesi ed italiane. Si è detto da più
parti che è stato questo l'epilogo delle vicenda.
Non è vero, la strage non è finita. Poco più
tardi, il 21 novembre, avviene l'ennesimo naufragio nel basso Adriatico.
Due gommoni affondano, cinque albanesi muoiono, undici sono dichiarati
dispersi ed altrettanti sono i superstiti. Partiti da Durazzo, sono
rimasti per quattro giorni in balia del mare in tempesta. Una imbarcazione
si è danneggiata già a poche ore dalla partenza, e quando
i soccorsi sono giunti hanno trovato solo pochi superstiti stremati
dalla fame e dal freddo. Tra le vittime una bimba di cinque anni morta
di freddo tra le braccia della madre, aggrappata come gli altri al
relitto del gommone. I sopravvissuti hanno denunciato atti di sciacallaggio
da parte del traghettatore e l'omissione di soccorso da parte di alcune
navi: "ci avevano avvistati ma nessuno si è fermato". |
|
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| 3.3.
Adriatico mare della morte |
Gli
albanesi deceduti nella serata del primo dicembre 1995 sono affogati
quando il sogno era a portata di mano e già si vedevano le
luci della costa salentina. Un'onda più violenta delle altre
ha sbriciolato la barca lunga sei metri ed ha gettato in mare 22 persone.
Due sono morti, cinque sono riusciti a salvarsi, gli altri sono stati
dichiarati dispersi.
"Ognuno pensava per sé", ha affermato uno dei superstiti,
che è rimasto avvinto per otto ore ai resti del gommone distrutto.
Insieme ad altri quattro compagni è stato individuato e tratto
in salvo dalla nave militare tedesca "Köln", quindi
è giunto con gli altri al centro di accoglienza di Otranto.
Limi Balabani, 24 anni, un altro dei superstiti, racconta quei momenti:
"Aiuto, Dio mio, dicevano [gli altri], qualche imprecazione e
si staccavano da noi che non potevamo fare nulla per loro. Uno dopo
l'altro. Io non li conoscevo, non li avevo mai visti prima di giovedì
quando ci siamo imbarcati per l'Italia. Io sono stato fortunato e
ringrazio Dio".
E' difficile capire cosa succede, quando si rimane sospesi tra la
vita e la morte. "Non so cosa sia successo, è accaduto
tutto all'improvviso, siamo caduti insieme tutti in mare. L'acqua
era fredda, è stato davvero un miracolo che sto qui a raccontarlo".
E' lunghissima la lista dei morti nel canale di Otranto. Tra le tante
tragedie: il 31 dicembre del 1992 una imbarcazione si scaglia contro
una scogliera: muoiono 9 albanesi ed un greco, solo una persona si
salva.
Nella notte tra mercoledì 12 e giovedì 13 ottobre del
'94 l'ennesima tragedia, a dieci miglia nautiche a sud-est di Capo
d'Otranto. L'imbarcazione di un gruppo di albanesi naufraga, giungono
i mezzi di soccorso, che traggono in salvo 13 persone e recuperano
i cadaveri di due donne. I dispersi sono circa 10 (tra cui un bambino),
quasi certamente morti in mare. Il gruppo aveva lasciato l'Albania
nella tarda serata di mercoledì, nella speranza di raggiungere
le coste del basso
Salento, con una barca in vetro-resina di sette metri, dotata di motore
fuoribordo, ma senza alcun mezzo di salvataggio.
Contemporaneamente viene salvata un'altra imbarcazione, che rischiava
di affondare con 25 albanesi a bordo. Il trafficante, avvertita la
tragedia imminente, aveva chiamato i soccorsi col suo cellulare. Mezzi
civili e militari pattugliavano la zona col mare in tempesta. Dopo
alcune ore (il tempo è stato perduto a causa della segnalazione
sbagliata) venivano individuate le due barche. Per alcuni la salvezza,
per altri era già troppo tardi.
Il 18 ottobre del 1994 vengono ritrovati sulla spiaggia delle Cesine,
nei pressi di Otranto, i resti di due neonati semi-sepolti dalla sabbia.
Si tratta probabilmente dell'unica, drammatica traccia di un naufragio
di kurdi di cui nulla si è saputo.
Alla fine del 1995 altri morti albanesi: un gommone affonda il 30
novembre (trascinando con sé 19 persone), un altro si incendia
l'11 settembre (15 morti). La tragedia è stata causata da un
tentativo maldestro di segnalare la propria posizione, bruciando stracci
bagnati di benzina. Tutto il gommone prese fuoco, ed i dodici superstiti
riportarono gravi ustioni.
Il primo dicembre del '95, un altro albanese è stato trovato
in gravissime condizioni sul litorale tra Torre Vado e Santa Maria
di Leuca. Era caduto sugli scogli mentre sbarcava da un gommone.
La notte di giovedì 25 aprile 1996 6 cingalesi sono stati inghiottiti
dal mare nel basso Adriatico, al largo di Vieste. Nei giorni successivi
erano ancora ufficialmente 'dispersi', ma le ricerche condotte dai
mezzi della capitaneria di Bari e dagli elicotteri dell'aeronautica
non hanno dato esito.
I 14 superstiti hanno raccontato l'accaduto ai militari della Marina
olandese, agli uomini della polizia di frontiera di Bari e della Capitaneria
di porto.
Durante il naufragio, sono giunti miracolosamente dei mezzi di soccorso,
un gommone di salvataggio sul quale salivano 13 uomini ed una donna.
Altri quattro uomini e due donne, invece, non riuscivano a salvarsi.
Pochi giorni dopo la sciagura, la Procura di Foggia disponeva l'arresto
di due italiani trovati su una nave russa nella zona del naufragio.
Per i due, oltre alle solite accuse di omicidio plurimo e di introduzione
di clandestini, anche quella di omissione di soccorso. |
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| 3.4.
Lampedusa e Pantelleria |
Queste
storie sembrano tutte uguali ma non lo sono. Ognuna raccoglie dinamiche
e speranze diverse, sentimenti come la solidarietà istintiva
della gente di mare: i pescatori siciliani sempre più spesso
impegnati - anche di notte e col mare in tempesta - in drammatiche
operazioni di soccorso. Il 7 marzo del 2002 una barca carica di migranti
si rovescia nel canale di Sicilia, 72 miglia a sud-est di Lampedusa.
Un elicottero militare imbarcato sul pattugliatore Cassiopea aveva
avvistato una piccola imbarcazione di una decina di metri. Era notte
fonda, ma l'allarme permetteva all'unità ed al motopeschereccio
Elide di tentare il soccorso.
Sembrava una conclusione felice, con l'Elide che provava a trainare
la barca. Le onde proprio in quel momento rovesciavano la barca, generando
una tragedia. I pescatori riuscivano a trarre in salvo una decina
di persone, almeno 60 sono morte in mare.
Altri due migranti erano stati salvati dalla Cassiopea, e il mattino
dopo tutti venivano soccorsi alla guardia Medica di Lampedusa.
Nelle stesse ore l'unità militare e alcuni pescherecci procedevano
al triste lavoro di recupero dei cadaveri. Triste anche il lavoro
di stima dei morti destinato agli uomini della Capitaneria di Porto
e raccolto dei giornalisti.Erano 60, le persone a bordo? Erano di
più? C'erano donne e bambini? E soprattutto, quante speranze
ci sono di salvare i dispersi?
Quando interrompere i pattugliamenti e dichiarare che non c'è
più nessuna speranza?
20 ottobre 2003. Ennesima strage, ma stavolta i raccapriccianti racconti
dei soccorritori e dei sopravvissuti commuovono per qualche giorno
la tele-platea: al largo di Lampedusa, un moto-peschereccio incrocia
un barcone alla deriva, al cui interno vedono "scene da inferno
dantesco: cadaveri e corpi scheletriti, donne assiderate e disidratate,
uomini devastati dalla fame incapaci anche di parlare".
Spaventosi anche i racconti dei sopravvissuti del "viaggio dell'orrore":
"gettavamo in mare i corpi, con alcuni ci coprivamo per difenderci
dal freddo".
Il sindaco di Lampedusa Bruno Siragusa lancia un appello: "Aiutateci
siamo in emergenza. Sull'isola mancano pure le bare".
Poi i soccorsi per i sopravvissuti, i pescatori aiutati da una unità
militare. Quindi, per le tredici vittime somale, i funerali a Roma.
Qualche giorno prima, sempre nei pressi di Lampedusa un piccolo scafo
in vetroresina era stato avvistato da un aereo della Marina Militare.
Dall'isola erano partite altre unità della Guardia costiera,
ed ha partecipato ai soccorsi anche la nave "Chimera", della
Marina militare, che incrociava nel Canale di Sicilia.
Secondo una prima ricostruzione, quando le due motovedette si sono
avvicinate, gli immigrati hanno cominciato ad agitarsi per la gioia,
o per rendersi più visibili, ma l'imbarcazione, in pessime
condizioni, non ha retto l'eccessivo movimento e si è capovolta.
Il bilancio fornito dai superstiti parla di sette morti: 3 bambini
e 3 adulti che avrebbero cercato di raggiungere a nuoto un mercantile
in transito, ed una donna recuperata dalla nave della Marina militare.
Nella tarda serata di un venerdì d'agosto, il primo agosto
del '97, un nutrito gruppo di tunisini era quasi riuscito a raggiungere
l'isola di Pantelleria. A poche miglia dalla costa, il naufragio.
Tre di loro sono stati subito ripescati, identificati e restituiti
alle famiglie. Gli altri cinque sono rimasti in acqua per quindici
giorni. I cadaveri decomposti sono stati posti nell'obitorio di Pantelleria.
I carabinieri hanno fotografato i resti, hanno messo insieme le foto
e le hanno spedite a Palermo. Al consolato tunisino erano intanto
giunti i parenti delle vittime, per il riconoscimento. Dopo la visione
delle fotografie, la procura di Trapani (competente per territorio)
ha finalmente autorizzato il rimpatrio delle salme, per la sepoltura.
I resti sono giunti in Africa con un traghetto di linea partito da
Trapani.
Tra i morti c'era Mohamed Boughnahmi, cieco. Cercava di raggiungere
l'Italia per operarsi. Avrebbe di certo voluto farlo per vie legali,
ma le leggi europee non glielo hanno permesso.
Il naufragio si è concluso con 8 vittime e 32 superstiti, tra
cui il comandante ed il direttore di macchina del battello: i due
sono stati rinchiusi nel carcere di Marsala (nei pressi di Trapani)
con l'accusa di omicidio plurimo, naufragio colposo e agevolazione
dell'immigrazione clandestina.
L'isola di Lampedusa si trova a sud della Sicilia, più giù
anche rispetto alla Tunisia, ed è il primo lembo d'Europa che
incontra chi viene dall'Africa. Gli sbarchi sono continui, e la sorveglianza
militare viene continuamente rafforzata. La mattina del 26 aprile
1996, 14 persone sono sparite nel mare di Lampedusa, naufragate nel
tentativo di raggiungere la terraferma.
Dal giorno successivo una motovedetta della Guardia di finanza si
è attivata per cercare i superstiti, o almeno i cadaveri. Successivamente
sono entrate in azione altre unità militari, ed anche numerosi
pescherecci. Ma solo il corpo di un uomo è stato ritrovato,
gettato dal mare sull'isola, in contrada Baia Galera. Per gli altri,
nessuna possibilità di soccorso visto che il forte vento impediva
l'uso degli elicotteri. Il gruppo di nordafricani era partito da Sfax,
sulla costa tunisina. Cinque i superstiti, ospiti per un notte nell'albergo
"Vega", a spese dell'amministrazione comunale.
Gli affondamenti avvengono talvolta in acque internazioni, a metà
strada per così dire, e questo rende spesso impossibili i soccorsi.
Il 30 giugno del 2003 una strage spaventosa, una nave con 250 immigrati
a bordo affondava al largo delle isole Kerkenah, di fronte alla Tunisia.
Venti morti accertati, ma 190 dispersi e 41 persone salvate dei soccorsi
nei giorni successivi, con un mare in tempesta. La nave era diretta
in Italia. |
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| 3.5.
Puntasecca |
La
spiaggia di Puntasecca ha un fascino particolare: acque cristalline,
sabbie rosse e finissime ed il vento incessante che crea e sposta
piccole dune ricordano che siamo nell'ultimo lembo dell'Europa e nel
primo del Nord Africa. Siamo nella parte meridionale della provincia
di Ragusa, o - se preferite - a sud di Tunisi.
Negli spacci di Scoglitti - cemento disordinato e seconde case costruite
coi proventi dell'"oro verde", le primizie da serra esportate
in tutta Italia - si trovano salse piccanti e cuscus direttamente
prodotti in Nord Africa. Marocchini e tunisini sono parte importante
della popolazione e componente fondamentale della forza lavoro super-utilizzata
nelle serre di Vittoria che rendono questa zona tra le più
importanti per l'economia della Sicilia.
Qui - su queste spiagge "africane" rese celebri dai tele-sceneggiati
di Montalbano - nel settembre del 2002 si sono consumate tragedie
da film horror.
Cadaveri trascinati in spiaggia a tarda sera dalle onde, gonfi e putrefatti.
L'attesa estrefatta di pescatori, abitanti della costa e marinai.
Forse per la vicinanza con la Tunisia, forse per punti di appoggio
in luogo, questa zona era stata scelta dagli scafisti tunisini come
un punto di sbarco preferenziale.
Il 24 settembre del 2002, uno scafista abbandona in mare, a 300 metri
dalla spiaggia di Scoglitti un carico di tunisini.
Dopo mezzogiorno, il vento di scirocco è diventato ponente
forte e le onde si sono levate alte impedendo l'attracco alla battigia
di Costa Fenicia.
Muoiono 14 immigrati, i cui corpi vengono ritrovati a 40 chilometri
da Ragusa, mentre una cinquantina di loro si salva. Lo scafista viene
arrestato in mare mentre tenta la fuga in direzione di Gela.
Come detto, nei giorni successivi, il mare restituirà alcuni
dei corpi dei dispersi. I sommozzatori dei Vigili del fuoco, più
altre imbarcazioni ed elicotteri hanno condotto ricerche per diverso
tempo.
I superstiti sono stati portati in Commissariato ed identificati.
In genere, a loro è riservato un destino di detenzione nei
centri di permanenza a Caltanissetta, con schedatura e successiva
espulsione.
Per sfuggire a questo destino, alcuni hanno preferito la clandestinità,
incamminandosi per le campagne o nascondendosi presso connazionali.
Il primo maggio del 2003 una paradossale e lugubre vicenda ha come
protagonista un cadavere alla deriva avvistato al largo di Lampedusa
da un peschereccio tunisino.
"E' sconcertante che, a poche miglia dalle coste italiane, si
consumi un simile rimpallo di responsabilità tra Paesi che,
non avendo potuto impedire l'ennesima morte in acqua, non riescono
a mettersi d'accordo neanche per il recupero del corpo", afferma
il deputato della Margherita Donato Mosella in una interrogazione
al ministro dei Trasporti.
Si riferisce al rimpallo di responsabilità tra Roma e La Valletta,
che si attribuiscono a vicenda ripetutamente il compito di ripescare
il corpo di un immigrato che tentava di attraversare il canale di
Sicilia ed era morto in mare.
Nel frattempo, 167 clandestini sbarcavano a Porto Empedocle, presso
Agrigento e una ventina presso Punta Secca, a sud di Ragusa. Si trattava
in quest'ultimo caso di 17 palestinesi e cinque iracheni. |
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| 3.6.
Le tragedie sfiorate |
Il
25 aprile del 1996, presso Siracusa, un mercantile libanese andava
a fuoco. La tragedia viene evitata: sarebbe stata immensa, visto che
a bordo c'erano 275 immigrati e 12 marinai. La causa dell'incendio
era un missile tracciante sparato dalla vigilanza costiera.
Oltre alle tragedie avvenute ci sono quelle sfiorate: non avvenute
per caso, per una serie di coincidenze e - in qualche caso - per l'arrivo
di soccorritori.
L'11 agosto del '95, un gruppo di 26 albanesi in difficoltà
nel canale di Otranto è stato tratto in salvo da una motovedetta
della capitaneria di Porto. Nello scafo c'erano anche due bambini
di pochi mesi.
Nel gennaio del '97, una nave turca scarica 31 persone nell'isola
di Rodi. A causa del mare in tempesta non era possibile continuare
il viaggio. Gli immigrati, per 24 ore, rimangono soli e senza aiuti.
Alla fine di maggio dello stesso anno, la motobarca "Manyolia
1" viene salvata dall'affondamento sulla costa salentina. Alcuni
dei passeggeri sono già feriti o intossicati dai vapori della
sala macchine. Ci sono in tutto 154 persone, in prevalenza pakistani,
ma anche kurdi e burundesi. Un metro quadro di spazio a testa, migliaia
di dollari pagati ai traghettatori della mafia turca, infine la vita
salva per miracolo.
Il 5 giugno una vicenda dai contorni poco definiti: in provincia di
Catanzaro, al largo di Botricello, la Finanza intercetta la motonave
"Salimah", che batte bandiera libanese, proviene da Cipro
e trasporta 250 kurdi digiuni da almeno 24 ore. In 50 si gettano in
mare per evitare la cattura: solo 12 saranno recuperati. Gli altri
o sono riusciti a sbarcare in qualche modo o sono morti.
Molte volte i trafficanti abbandonano gli immigrati in mare, al minimo
segnale di pericolo. Nella notte del 4 maggio '95, 30 uomini vengono
buttati in mare dai trafficanti, che così possono scappare.
Avevano incrociato una motovedetta della Guardia di Finanza nel canale
di Otranto. |
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| 3.7.
Per i morti in silenzio |
I
dati riportati nella tabella "Dieci
anni di tragedie" parlano di alcune centinaia di morti
in 10 anni. Questa cifra è già drammatica, ma riguarda
solo i naufragi accertati, cioè una piccola parte del totale.
Chi pagherà per i morti di cui non si sa nulla? Chi sarà
chiamato a rispondere per coloro che se ne sono andati in silenzio,
inghiottiti dalle onde? Per i naufragi citati, c'è almeno un
capro espiatorio, qualche trafficante incriminato in un tribunale
italiano.
Naturalmente, non saranno mai rivolte accuse agli eurocrati che vogliono
blindare il benessere. Nessuno lancerà accuse contro le leggi
xenofobe o contro militari troppo zelanti nell'applicarle.
Almeno per ora. Un giorno qualcuno dovrà rendere conto di queste
morti e di quelle che verranno. E, continuando per questa strada,
saranno quelli che oggi sono soltanto gli "extracomunitari disperati"
ad alzare la voce e chiedere giustizia per tutti.
Giustizia per Mohamed che voleva operarsi in Italia, per i kurdi che
sfuggono ai torturatori, per i trecento annegati nel naufragio di
Natale e per gli uomini, le donne e i bambini uccisi in mare dalla
corvetta Sibilla. |
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| 4.
I profughi |
Molti
dei migranti che tentano di raggiungere le nostre coste sono profughi
da paesi come il Kurdistan, e come tale sarebbero protetti dalle convenzioni
internazionali in tema di rifugiati.
I provvedimenti sul diritto d'asilo, in linea con quanto avviene in
altri paesi europei, si muovono invece verso una sostanziale impossibilità
di accesso ai benefici di legge anche per chi sfugge da regimi oppressivi
e situazioni di guerra. E del resto, ciò che è accaduto
parla da sé. |
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4.1. Kurdi: l'"invasione" dei perseguitati |
Sono
partiti in 50 dalle città di Karkuk e Halbcha - nord dell'Iraq
abitato dai Curdi perseguitati dal regime di Saddam Hussein, che nel
1986 uso le armi chimiche proprio contro queste località uccidendo
decine di migliaia di persone e segnando la vita di tutti.
Ma l'Occidente che ha saputo scatenare o sostenere la guerra contro
il dittatore ha pure negato - nel corso degli anni - l'accoglienza
alle sue vittime. Ecco che l'unica speranza per questi profughi è
un viaggio da "clandestini" dal costo esorbitante.
Dal nord iracheno a Smirne, in Turchia.
Il viaggio in mare si trasforma in una odissea ad eliminazione. Il
mare in burrasca inghiotte decine di persone.
"Sono morti almeno in 53", dicono i sopravvissuti. "
E' il 20 gennaio del 2003. Una cinquantina di persone è il
numero minimo per riempire una barca, altrimenti lo scafo nemmeno
parte".
Muoiono tutti tranne cinque superstiti e lo scafista greco avvistati
in Adriatico dalla petroliera russa "Brother".
I curdi sono trasportati all'ospedale di Trifase, in provincia di
Lecce, e ringraziano Allah per averli salvati.
"Lo abbiamo tanto pregato in quei momenti. Ma quando abbiamo
visto che la morte era salita sulla nostra barca abbiamo perso la
speranza. In quel momento, ci siamo abbracciati e abbiamo gridato
'Allah, sia fatta la tua volontà'. Adesso che siamo vivi ringraziamo
Allah, ma la nostra non è vera gioia. Partire in 53, scappare
tutti insieme e poi ritrovarsi qui in cinque è spaventoso".
Non è facile raccontare queste storie. Trovare parole non banali,
sfuggire i luoghi comuni, rendere la specificità di ogni vicenda.
Non è facile sfuggire al resoconto sterile, e ricordarsi che
dopo il naufragio i superstiti sono persone, esseri umani la cui vicenda
ha spesso assunto toni grotteschi e drammatici e non quelli del lieto
fine.
Alcuni sono stati accolti e rifocillati, altri trattenuti in centri
di permanenza, altri ancora piantonati in ospedali. A volte rifocillati
con calore dalla popolazione, in genere del Sud Italia, altre volte
guardati con diffidenza: "ora dobbiamo mantenere anche questi
".
Nello specifico, i superstiti curdi sono profughi che fuggivano -
in quanto oppositori politici e "minoranza" perseguitata
- le angherie e i tentativi di sterminio di un regime che tutto il
mondo ha definito dispotico e antidemocratico.
Per un incredibile paradosso che è anche una chiave di lettura
della nostra epoca sciagurata, i curdi dicono di scappare sia dalla
repressione di Saddam Hussein, sia dalla guerra a Saddam Hussein,
che come al solito colpirà la popolazione civile. "Il
fatto è che non si vede nessuna speranza", qualunque cosa
accada.
In teoria, per questo tipo di migranti si dovrebbero aprire senza
problemi le porte dello status di rifugiato, riconosciuto dal diritto
internazionale. Nella realtà, non è nulla semplice.
Nemmeno superare lo sbarramento che vorrebbe loro impedire, nei letti
d'ospedale, di parlare ad un giornalista e ricordare di essere carne
e desideri, percorsi di vita e speranze, diritti negati in patria
e diritti da acquisire in un Paese europeo.
Ascoltiamo il racconto dell'inviato del Corriere della Sera:
"Camera 108. Quattro letti e quattro curdi iracheni che invece
che in ospedale sembrano finiti in carcere. Non sono imputati e non
sono sotto sorveglianza. Sono uomini liberi. Eppure il vicedirettore
sanitario, i carabinieri, il magistrato e persino una giovane suora
che pretende di cacciarci fuori dall'ospedale, vorrebbero impedir
loro di parlare e di ricevere visite. Peccato per loro che i curdi
invece vogliano dire, raccontare, far capire.
Anche Lak il barbiere, che appare il più provato, e che quando
viene servita la cena preferisce starsene steso sotto il lenzuolo,
si sforza di parlare. Lak Juna ha 22 anni e fa il barbiere: per guadagnare
un dollaro, che equivale a tremila dinari, deve fare seicento tagli
di capelli, a cinque dinari l'uno.
Abdul Karim, 34 anni, lavora come tassista e ha una moglie e tre figli.
Abdul ha il corpo e il viso segnato da cicatrici: non solo coltellate,
ma anche il foro di un proiettile alla gola.
Dissentiva, si faceva sentire, veniva punito. Poi c'è Ali Azad,
19 anni studente, all'ultimo anno della scuola secondaria. Lui vorrebbe
continuare a studiare, fare medicina all'università, magari
in Olanda, o in Inghilterra. Infine ecco Aso Anur, vent'anni, panettiere,
quello che sembra tener su il morale della camerata con una battuta,
un sorriso, una fantasticheria sui Paesi che gli piacerebbe visitare.
Parlano tutti il 'surani', un dialetto, diciamo così, della
zona di Sulaimaniya, la 'capitale' del Kurdistan che non c'è.
Ma il nostro interprete, che è un professore di filologia semitica
nato dalle loro parti, li capisce e ne ottiene subito la fiducia come
un 'fratello'.
Raccontano di essersi incamminati a piedi sulle montagne irachene
e poi di aver proseguito in macchina fino a Smirne, in Turchia. Da
lì, sono partiti in 53, con uno scafo in vetroresina che loro
chiamano 'yacht' e che era guidato da due turchi. Spiegano che lo
scafo non parte con meno di 53 persone, perché gli scafisti
mettono in conto anche la "perdita" che subirebbero se l'imbarcazione
venisse sequestrata. Disegnano il tragitto con una matita: da Smirne
su un'isoletta greca dell'Egeo, "disabitata" dicono, dove
dallo scafo sono stati fatti salire su un gommone. Il trasbordo consente
di far prima. La portata di carburante di un solo scafo non è
sufficiente a coprire l'intero tragitto e "l'alternativa sarebbe
stata di dover attendere sull'isola l'arrivo del carburante dalla
Grecia".
Cinque giorni e cinque notti di sete e di fame - Abdul dice ai medici
di aver divorato dei biscotti inzuppati di cherosene - e l'illusione
di avercela fatta. Poi, sabato scorso, la burrasca. E le onde che
aggrediscono il gommone e sembrano quasi divertirsi a strappargli
i passeggeri uno alla volta.
"Non finiva mai - dice Ali Azad -. Vedevamo i nostri compagni
scaraventati in acqua a uno a uno, da una parte e dall'altra, come
catturati da un pendolo infernale. Si sono staccati persino i motori.
Non so come siamo riusciti a resistere.
Piangevamo e pregavamo". Ma non sarà nemmeno questa strage
a fermare quelli come loro. "Tutti noi, adesso, scappiamo sia
da Saddam, sia dalla guerra a Saddam", dicono.
"Perché la guerra al raìs potrebbe andar bene se
a farne le spese non fosse il popolo iracheno. Ma invece accadrà
che a pagare saranno ancora una volta gli innocenti".
E là in Iraq sembrano esserne convinti, se è vera quest'altra
rivelazione dei sopravvissuti:
"Centinaia di migliaia di persone scapperanno dall'Iraq. Anzi,
decine di migliaia sono già scappate e hanno già raggiunto
la Turchia, dove aspettano solo il loro turno per imbarcarsi. Non
vedono speranza, capite?, e quindi si giocano tutto". Dice Abdul:
"Certo che non vorrei che mia moglie e i miei figli mi raggiungano
qui con un viaggio come quello che ho fatto io. Ma mi chiedo anche
cosa succederà se resteranno lì. Li rivedrò,
vivi, un giorno?".
La sera di una domenica di mezza estate, il 24 agosto 1997, circa
460 immigrati asiatici sbarcano sulla costa di Badolato, un paese
della costiera jonica catanzarese. Tra loro ci sono 266 kurdi, provenienti
dalla Turchia e dall'Iraq.
I giornali gridano all'invasione. La questura si allarma, dal Viminale
arrivano precise indicazioni: non accogliere eventuali richieste d'asilo,
procedere rapidamente con le espulsioni.
Già tre mesi prima, circa 200 kurdi sbarcarono a Guardavalle,
sempre sulla jonica catanzarese, e trenta di loro chiesero asilo politico
al governo italiano dichiarandosi perseguitati in fuga. Tutte le domande
furono respinte. Si avviarono subito le procedure d'espulsione.
I "clandestini" di Badolato (oltre ai kurdi c'erano pakistani
e cingalesi) sembrano suscitare allarme più sulle colonne dei
grandi quotidiani, nei salotti televisivi e nelle sedi dei partiti
che nella popolazione. A Badolato, in una zona dove certo i problemi
non mancano, parte invece una vera e propria gara di solidarietà.
I profughi - oltre 70 i bambini con meno di 10 anni - sono stati accolti
nelle scuole elementari e medie del paese, rifocillati ed assistiti
non solo dai volontari delle associazioni ma anche da semplici cittadini.
E' solo uno dei molti segnali che indicano una solidarietà
sentita da parte della società civile meridionale: a Monasterace,
all'estremo nord della provincia di Reggio Calabria, i 240 kurdi sbarcati
all'alba del 19 novembre sono stati accolti con calore ed ospitati
nella locale scuola, dove sono quotidianamente assistiti dai volontari.
A luglio, 65 profughi kurdi sono stati ospitati a Lamezia Terme (Catanzaro)
dalla cooperativa "Malgrado tutto", in origine impegnata
nel recupero di ragazzi tossicodipendenti e successivamente lanciata
nel "business" dei campi di "accoglienza", gestendo
un appalto del famigerato campo "Arcobaleno" riservato a
Comiso ai kossovari (finiranno sotto inchiesta per irregolarità)
e quindi sempre a Lamezia un "Centro di permanenza temporanea"
oggetto di lamentele per continui soprusi e cattiva gestione.
Tra i kurdi, arrivati in Italia con la speranza di ottenere asilo
politico, ci sono muratori, studenti, infermieri, ingegneri. Alcuni
hanno subito torture.
La borghesia locale, invece, si conforma al razzismo violento del
Nord. Il quotidiano messinese "Gazzetta del Sud" - che "copre"
l'intera Calabria - nei giorni precedenti lo sbarco di Badolato aveva
pubblicato una serie di violenti editoriali dai toni xenofobi, comparsi
in contemporanea su quello che fu il "network Monti", la
rete di giornali come "Il Tempo" e il "Resto del Carlino"
da sempre vicina alle posizioni della destra.
Se la destra ama i toni forcaioli, dall'altra parte le parole hanno
coloriture più morbide ma identici significati: dopo lo sbarco
di Badolato, il catanzarese Massimo Mauro, deputato per l'Ulivo, ex
calciatore, chiedeva ai ministri dei Trasporti e dell'Interno "il
potenziamento e il coordinamento delle forze dell'ordine in materia
di pattugliamento delle coste e d'avvistamento e controllo dei natanti
in alto mare". L'interrogazione, firmata anche dagli onorevoli
Giuseppe Giulietti e Pietro Ruzzanti, lamentava l'eccessiva vulnerabilità
delle coste calabresi e chiedeva se sia previsto un rafforzamento
della guardia costiera, eventualmente con l'impiego dei militari di
leva.
E i kurdi ? In mezzo a tante preoccupazioni, in pochi hanno ricordato
le persecuzioni, le torture, le esecuzioni, le carcerazioni e lo sterminio
di una popolazione che in Turchia non ha neanche il diritto di usare
la propria lingua e che in Iraq è stata sottoposta ad un autentico
genocidio. E nessuno ha mai ricordato che le armi che l'esercito turco
usa per sterminare il popolo kurdo sono le stesse che la Nato fornisce
ai suoi alleati: tedeschi, statunitensi ed italiani i maggiori fornitori
[v. per esempio Guerre & Pace Dossier "Dollari e cannoni
- Come l'Italia arma la Turchia contro i kurdi", giugno 1995].
Negli ultimi giorni del 1997, centinaia di kurdi sbarcano sulle coste
calabresi. Momenti di imbarazzo per il governo italiano. Si riparla
di diritto d'asilo. Ma dalla Germania arrivano urla di protesta: che
nessuno entri in Europa ! A Soverato e Badolato la gente accoglie
i profughi. Il governo turco promette agli europei: impediremo altri
sbarchi. |
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|
| 4.2.
Albanesi: "li prenderemo tutti" |
Da
un lato la campagna di stampa esemplificata dai titoli dell'Espresso
e del Giornale ("più mafiosi/delinquenti che profughi");
dall'altra le decisioni del governo che contro ogni principio giuridico
e di umanità procedeva alle espulsioni degli "indesiderabili"
ed al blocco navale per impedire nuovi arrivi.
Tra febbraio ed aprile si era creata una sitazione disperata, una
guerra civile vera e propria scoppiata all'indomani del crollo delle
finanziarie. Ma nonostante ciò l'Italia ha negato il diritto
all'accoglienza.
All'inizio di maggio, l'Acnur (l'Alto commissariato delle Nazioni
unite per i rifugiati) criticava pesantemente la politica italiana
di respingimento dei profughi. Una voce del tutto opposta si è
levata dal rappresentante italiano all'Onu. L'ambasciatore Fulci arrivava
infatti ad affermare che "gli albanesi vedono la televisione
e pensano che il nostro sia il paese del bengodi. Bisogna spiegargli
invece che devono restare a casa per dare una mano alla ricostruzione
del loro paese. [...] Sono clandestini, non persone che fuggono persecuzioni
religiose, repressioni politiche, guerre guerreggiate. Non vedo perché
l'Italia dovrebbe assumersi l'onere di accoglierli..." [cfr.
quotidiani del 7 maggio 1997].
L'ambasciatore, pur di eludere gli obblighi giuridici che impongono
l'accoglienza dei rifugiati, ha negato sia le repressioni operate
dal regime di Berisha (su cui esistono decine e decine di testimonianze)
sia la situazione di guerra e di pericolo in cui era precipitata l'Albania.
A ferragosto il dibattito si riaccende. Il dramma dell'estate è
l'"emergenza profughi albanesi". Il governo propone di far
slittare i termini del rimpatrio, suscitando le ire del Polo e della
Lega. Non è assolutamente in discussione l'accoglienza: per
tutti è scontato che debba essere negata. L'unico oggetto della
discussione sono i termini per il ritorno dei profughi in Albania.
Tra l'altro, il governo dell'Ulivo si è affannato a chiarire
che la proroga serviva solo per rendere più efficace il rimpatrio,
non derivava certo per ragione umanitarie. E la polemica prosegue
con l'opposizione che grida al 'ricatto di Tirana' ed il governo che
si affanna a mettere in chiaro che a decidere del destino dei profughi
albanesi è il governo italiano, non altri.
Il ministro dell'interno Napolitano, alla fine di agosto, propone
che i campi profughi si facciano direttamente in Albania. Quasi tutti
i media scatenano la psicosi della fuga dell'albanese clandestino,
destinato a rimanere in Italia. Si grida di fare in fretta, ogni minuto
perso è un potenziale delinquente in libertà. Diecimila
persone vengono descritte come un grande esercito di barbari invasori.
Al fine di evitare la 'dispersione' dei profughi e dei "clandestini"
in attesa di espulsione, la Lega propone l'istituzione dei "campi
di raccolta e di lavoro" per gli immigrati. La proposta di chiaro
stampo nazista non suscita grandi reazioni. Al contrario, alcuni editorialisti
iniziano a considerarla con una certa simpatia:
"Qualcuno ha proposto di organizzare campi di sosta e di lavoro
in modo da esercitare un controllo più minuzioso su coloro
che entrano in Italia e permettere l'espulsione di chi non è
in regola. L'idea, ricalcata dai modelli dei civilissimi e democratici
Stati Uniti, non è piaciuta. Anzi ha contribuito a riscaldare
la polemica di Ferragosto." [R. Berti, 17 agosto 1997, Il Tempo]
La polemica diventa sempre più aspra ed il governo si affanna
a rincorrere la destra: "Albanesi, il Viminale insiste:
'Riusciremo a prenderli tutti'" [titolo de "Il messaggero",
20 agosto 1997].
L'ultimo giorno di novembre scade la proroga per il rimpatrio. Gli
albanesi innalzano cartelloni e striscioni di fronte alle telecamere.
Sono parole che rimangono nella memoria e nalla coscienza di tutti:
"meglio morire che tornare in Albania".
Il governo non si lascia commuovere. Si rivede la stessa tragedia
del '91, quando i poliziotti prelevarono i profughi e li costrinsero
al rimpatrio. Allora il ministro degli Interni era il democristiano
Scotti, adesso è un uomo del Pds. Ma nulla è cambiato.
I metodi sono gli stessi, il risultato uguale. Anche la scia di rancore
è identica alle esperienze precedenti: molti degli albanesi
trascinati a forza sulle navi hanno giurato vendetta.
Il 22 dicembre, a pochi giorni dall'ennesimo Natale amaro per profughi
ed immigrati, il ministro Napolitano dichiara che "in Italia
non ci sono più profughi", ed i pochi che eventualmente
fossero sfuggiti alla cattura saranno rimpatriati presto. |
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| 4.3.
Il diritto d'asilo e il protettorato italiano |
L'articolo
14 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo delle Nazioni
Unite afferma che "ogni individuo ha diritto di cercare e godere
in altri paesi diritto dalle persecuzioni". L'articolo 10 della
Costituzione italiana afferma che "lo straniero, al quale sia
impedito nel suo paese l'esercizio delle libertà democratiche
[...] ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica".
Sono numerose le convenzioni internazionali che garantiscono il diritto
d'asilo. Ma l'Europa ha deciso, da alcuni anni, di negare l'accesso
a chiunque, compresi (come abbiamo visto) i kurdi torturati dalla
polizia turca e gli albanesi che scappavano dalla guerra civile.
Fatos Nano, il premier albanese, ha chiarito in una lunga intervista
a Repubblica [10 dicembre 1997, 15] come funzionano le cose nel nostro
continente: "qualche poliziotto forse avrà esagerato con
le mani, ma l'Italia ha fatto ciò che doveva: gli albanesi
dai campi se ne devono andare. Gli accordi sono accordi. I miei concittadini
devono impararlo se vogliono entrare in Europa".
Nano chiarisce anche quali aiuti sta fornendo l'Italia: "ci sta
aiutando moltissimo con esperti militari e di polizia, con programmi
di collaborazione in tutti i ministeri chiave".
La tipologia del rapporto viene definita in maniera inequivocabile:
"L'Italia è un paese europeo. E l'Albania ha bisogno esattamente
di un protettorato europeo per ricostruire le proprie istituzioni.
Se la penetrazione italiana nei nostri ministeri è capillare
significa che è efficace. Dimostreremo di essere capaci di
accettare 'protezione' per diventare rapidamente un paese della Ue".
Nano aggiunge che il programma di aiuti prevede anche la ricostruzione
degli edifici, anche perché "gli unici ancora decenti
qui sono quelli costruiti sotto il fascismo..." |
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| 5.
I poveri |
L'Europa
di Schengen è un universo su misura per i ricchi. Di conseguenza,
può spostarsi liberamente solo chi ha sufficiente denaro. Le
leggi in materia d'immigrazione sono informate a questo aberrante
principio.
Nell'Europa dei banchieri, gli affetti e i sentimenti vengono dopo
il denaro. Nell'Italia di Dini, Prodi, D'Alema, Berlusconi gli immigrati
hanno diritto al ricongiungimento familiare solo se dimostrano di
possedere una casa ed un reddito da mezzo milione fino ad un milione
e mezzo, a seconda dei familiari da accogliere.
Ovviamente, questa logica produce odi e rancori, ingiustizie e - talvolta
- disperazione. La strage di Luxor (gli integralisti egiziani che
uccidono i turisti) e l'affondamento degli albanesi (la corvetta Sibilla
che sperona la nave dei profughi) sono probabilmente due facce della
stessa medaglia, due episodi opposti ed uguali, prefigurano un mondo
chiuso e violento. Anche se apparentemente non presentano legami diretti,
sono due mentalità che si alimentano a vicenda.
I principi del diritto non valgono per chi è povero. Le grida
dei garantisti non si levano per gli immigrati. E così una
vecchia legge promulgata sull'onda di una delle tante "emergenze
immigrazione" pompate dei telegiornali prevedeva l'espulsione
anche per persone "abitualmente dedite a traffici delittuosi"
(?), con la sola possibilità di un ricorso al pretore che decide
entro 10 giorni.
Per gli espellendi, venivano istituiti i famigerati "centri di
permanenza temporanea" sorvegliati dalla polizia.
L'Unione Europea ha spesso preso iniziative anno contro il razzismo.
Molte associazioni hanno da allora usufruito dei fondi europei per
iniziative di facciata e di rara inutilità, ed alcune sono
arrivate a gestire in prima persona i campi di permanenza, spesso
in maniera criminale.
Molti gruppi impegnati sui temi dell'immigrazione (dall'Arci fino
a tante aggregazioni locali) hanno da allora scelto la strada del
silenzio e della rinuncia alla politica, per poi scoprirsi improvvisamente
"no-global", senza però la possibilità di
recuperare subito il tempo perduto a giocare al "progettificio",
quando l'apoliticità e l'appiattimento filo-governativo diventavano
di fatto pre-condizione per l'approvazione dei progetti.
Finora in pochissimi hanno avuto il coraggio di dichiarare che un
partito xenofobo come la Lega non deve avere diritto di cittadinanza
in un sistema democratico.
Le violenze contro gli immigrati, il respingimento dei profughi, le
stragi dei naufraghi, le campagne xenofobe dei media hanno scandito
gli ultimi anni, e sono state spesso alimentate e legittimate dalla
politica.
L'Unione Europea ama prendere iniziative d'immagine, finanziare progetti
gonfi di buoni sentimenti. Da un lato le iniziative formali contro
il razzismo, dall'altro le leggi razziste e l'Europa-fortezza. Belle
parole e fatti orrendi.
"Non ci sentiamo granché tranquilli vedendo i centri storici
delle nostre belle città invasi da marocchini, slavi, sudamericani
[...], guardando le periferie delle città, grandi o piccole
poco importa, trasformate in bivacchi ed accampamenti di gente senza
scrupoli pronta ad uccidere per una manciata di spiccioli" [R.
Berti, 17 agosto 1997, Il Tempo].
"Ai vù cumprà la Casa delle Libertà"
[titolo di prima pagina a nove colonne del Tempo, 9 ottobre 2003,
dopo la proposta di Fini di concedere il voto ai regolari].
Un titolo volgare e allarmistico ed uno dei tanti scenari apocalittici
disegnati dai media italiani.
Alla fine del 2003, oltre che vittime del gigantesco "monopoli"
dell'economia globale, gli immigrati diventano ostaggio e pedina del
gioco politico italiano, che sull'emotività che la questione
suscita nell'opinione pubblica provano a ridisegnare equilibri di
governo: Lega da un lato, Alleanza Nazionale e Udc dall'altro si lanciano
in una partita a scacchi in cui gli argomenti (gli sbarchi, il diritto
di voto, il lavoro, la religione,
) non sono trattati in maniera
razionale ma scatenando senza responsabilità le paure recondite
delle persone (l'invasione, la civiltà, l'identità,
l'aggravarsi della crisi economica,
).
Un fenomeno complesso viene ridotto a slogan e prese di posizione,
dove più volte i telesalotti si popolano di razzisti ed antirazzisti
che contrappongono luoghi comuni e banalità.
Tra i tanti temi meritevoli di discussioni approfondite e serie:
1) la laicità dello Stato, non confessionale rispetto a tutte
le religioni, che non possono essere indicate come fondamentaliste
solo perché diverse;
2) la diversità tra singole comunità (cinesi, albanesi,
senegalesi, mauriziani, filippini, ucraini: mondi diversi che non
è possibile catalogare grossolanamente sotto la rubrica extracomunitari);
3) la diversità di genere tra immigrazione maschile e femminile;
4) l'immigrazione di seconda generazione, ormai realtà ed impossibile
da affrontare con gli strumenti tipici del primo impatto (non centri
di accoglienza e permanenza, ma bambini che vanno a scuola, lavoratori
che hanno diritto alla pensione, plurilinguismo, etc.);
5) il fenomeno della tratta, da analizzare nella sua complessità
ma senza rinunciare ad affrontare il problema per non "criminalizzare
l'immigrazione" [cfr. per es. "Trafficanti
di sogni" su terrelibere.it];
6) alcune fasce "estreme" di immigrazione, come le prostitute
straniere, le cui vicende reali sono del tutto diverse da quelle presentate
dai media e non di rado espongono progetti di vita e sogni da realizzare
[cfr. ad es. le inchieste su migrazione e prostituzione pubblicate
su terrelibere.it nella "zona
migranti"].
In
uno dei suoi libri più belli, "Montezuma scopre l'Europa"
[Ecp, 1992], Ernesto Balducci descrive lo sbarco di Colombo sull'isola
di San Salvador: in quel momento grandioso e tragico c'è
la storia di un fallimento, perché "l'uomo incontrò
sé stesso e non si riconobbe". La Storia sarebbe
stata diversa se l'uomo venuto da Occidente "avesse riconosciuto
sé stesso nell'indigeno nudo e inerme che si trovò
davanti".
Allo stesso modo, oggi l'uomo occidentale vede nel profugo kurdo
e nell'immigrato marocchino un essere diverso, nemico, barbaro,
distante. I poliziotti alle frontiere, i ministri dell'Europa, i
razzisti della Lega incontrano ogni giorno sé stessi ma non
si riconoscono.
Cinque secoli di storia e nulla è cambiato.
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