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IMMIGRAZIONE E GLOBALIZZAZIONE
"I MIGRANTI E IL CONFLITTO SOCIALE NELL'ERA DEL NEOLIBERISMO"
 
INTRODUZIONE
L'IMMIGRAZIONE IN ITALIA TRA CONTROLLO E SFRUTTAMENTO DEL LAVORO

   Il modello mediterraneo
   Le politiche migratorie
   La legge Bossi-Fini
   L'ultima (?) sanatoria
DATI NUMERICI SULL'IMMIGRAZIONE IN ITALIA
   Alcune caratteristiche della presenza immigrata
   Fare ingresso in Italia
LE POLITICHE SULL'ASILO
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
 
INTRODUZIONE

Le migrazioni d'individui non sono un fenomeno sociale dei nostri giorni, ma piuttosto una pratica storicamente sedimentata nel processo evolutivo della società umana.
Il movimento di popolazioni da un luogo ad un altro è fenomeno riscontrabile in tutte le epoche storiche. La storia dell'uomo è una storia di umanità in movimento; le stesse tre maggiori religioni monoteiste hanno nella migrazione un elemento fondante: l'esodo biblico è non solo l'esempio della migrazione di un intero popolo verso la "terra promessa", ma anche uno dei primi episodi storici di espulsione di massa di una minoranza da un territorio. Anche l'Islam ha nell'higra, l'emigrazione di Maometto dalla mecca alla Medina, un'esperienza simbolica basilare.
La storia dell'Europa moderna può essere scandita dai tempi delle migrazioni interne, dagli spostamenti di lavoratori da un paese all'altro, dal continuo esodo dei profughi delle guerre che hanno insanguinato il nostro continente negli ultimi cinque secoli.
L'Europa, in effetti il mondo intero, ha conosciuto ogni tipo di migrazione, forzata e volontaria, economica e politica, stagionale e sedentaria, vincolata e libera.
Ciononostante i paesi dell'Europa occidentale hanno continuato a negare d'essere paesi d'immigrazione, fino all'inizio degli anni '60, quando le migrazioni furono necessarie come misura straordinaria per le esigenze della ricostruzione. In nessun paese l'immigrazione è stata elemento decisivo nella costruzione dell'identità nazionale, neanche in Francia dove pure nel 1986 quasi un quinto della popolazione totale era composta da immigrati o da loro discendenti.
Al contrario, l'attuale percezione è di una migrazione vissuta come eccezionale, con le caratteristiche proprie dell'esodo, dell'invasione, determinata dalla sproporzione demografica esistente tra il sud e il nord del mondo.
Le migrazioni, dunque, come fenomeno sociale "naturale"? Chiaramente no, ma ricercare delle motivazioni oggettive, per dirla banalmente delle "leggi" sempre valide, per un fenomeno complesso come quello delle migrazioni, è impresa ardua e per di più rischiosa perché riduttiva. Le migrazioni, il migrare, si sono modificati nel tempo parimenti alle società in cui esse si generano (le società d'emigrazione) e in cui si sviluppano (le società d'immigrazione).
Gli attuali processi migratori vanno comunque contestualizzati all'interno dell'attuale situazione socio-economica nella quale essi stessi si dipanano. Si tratta di una riflessione che non può non essere posta in termini sistemici all'interno di quel macro-fenomeno sociale definito mondializzazione.
Tale è il sistema nel quale si inseriscono gli odierni processi migratori, questo non solo perché le migrazioni sono determinate dal sottosviluppo generato in alcune zone del mondo dai processi di globalizzazione dei mercati, ma anche perché le migrazioni e, soprattutto, le politiche di controllo delle stesse, attuate dalle "democrazie occidentali", sono funzionali a quei processi di precarizzazione e di indebolimento della forza lavoro anche nei paesi a sviluppo avanzato.
Analizzando il punto di vista soggettivo, individuale, del migrante, oggi come nel passato, non si può quindi prescindere dall'identificare nel progetto migratorio quell'ovvio e comprensibile desiderio d'emancipazione da una vita di privazioni o più semplicemente di ridotte opportunità.
La ricerca di un'esistenza migliore, di una vita più dignitosa è un diritto non scritto che nessuno dovrebbe poter negare ad alcuno. Rovesciando la medaglia si può considerare il "diritto di fuga" dalla miseria, dalla mancanza di opportunità, come il diritto da porre alla base della libertà di movimento degli individui.
La naturale aspirazione di questi uomini e queste donne si scontra invece con politiche "di stop", di tendenziale chiusura delle frontiere e di controllo dei flussi, le quali minano e limitano lo sviluppo esistenziale ancor prima di quello economico dei rispettivi percorsi migratori.
Le migrazioni, invece, finiscono con l'essere organiche al processo di mondializzazione dell'economia, in parte perché da esso prodotte, in parte perché funzionali ai suoi obiettivi, nella misura in cui vanno a costituire un efficace grimaldello, nella logica neoliberista, rispetto ai diritti posti a tutela dei lavoratori e conquistati grazie alle lotte operaie dell'ultimo secolo.
Selezionato nell'ammissione, il migrante si ritrova con uno statuto di straniero, inferiorizzato giuridicamente, che ne limita e circoscrive i diritti; tale status, temporalmente contenuto e sottoposto a continue verifiche e controlli, è la carta d'identità con cui egli si presenta nel mercato del lavoro al confronto con il capitale.
Le politiche di controllo delle immigrazioni sono più recenti di quanto ci si possa aspettare, lo stesso non si può dire delle politiche di controllo del movimento di popolazioni. Partendo da una categorizzazione abbastanza in uso nel campo scientifico, anche se coscienti del limite di ogni generalizzazione, potremmo distinguere le immigrazioni in economiche e politiche o in volontarie e forzate.
Queste categorie sono destinate inevitabilmente ad incrociarsi, così possiamo avere migrazioni politiche volontarie (il caso del sionismo ebraico) o involontarie (i rifugiati di tutte le epoche). Allo stesso modo esistono migrazioni economiche volontarie (le cosiddette "fughe di cervelli") e involontarie (le masse di profughi che fuggono da carestie ecc.).
I movimenti di lavoratori e di popolazioni in generale sono da sempre stati sottoposti a controlli, mentre durante il periodo delle monarchie assolute era l'emigrazione ad essere sottoposta a rigidi vincoli.
L'esigenza di mantenere un alto numero di sudditi spingeva i regnanti a fermare l'emorragia di popolazioni, poiché una popolazione numerosa era considerata un punto di forza economico e militare.
Pertanto grandi movimenti di popolazioni si riscontrano solo nel periodo delle colonizzazioni, non solo per l'alto numero di emigrati che raggiungevano il "nuovo mondo" ma anche per la tratta degli schiavi dall'Africa. Lo schiavismo che può essere definito come una migrazione forzata rappresenta il primo passaggio del controllo del lavoro degli stranieri, non è un caso che le prime politiche di controllo dell'immigrazione vengano introdotte nel medesimo periodo dell'abolizione dello schiavismo.
Verso la fine dell'ottocento vengono emanate le prime leggi di controllo dell'immigrazione che si contraddistinguevano per l'introduzione di norme segregazioniste e razziali (e questo molto tempo prima delle leggi razziali naziste) e per vincolare inscindibilmente l'autorizzazione all'ingresso con il possesso di un lavoro che diveniva unico presupposto per evitare l'espulsione o l'arresto.
Un attento studio dei processi storici ci induce perciò all'ipotesi che le politiche di controllo dei flussi migratori agiscano come potenti mezzi per il contenimento del costo del lavoro.
Nel ventesimo secolo, il secolo delle migrazioni, le politiche di controllo dei lavoratori stranieri si dimostreranno lo strumento più utile per imbrigliare e vincolare il lavoro prodotto da questi lavoratori. Nel dopo guerra a fronte di un primo periodo di parziale apertura si è assistito ad una progressiva involuzione delle politiche di controllo del lavoratore immigrato che oggi rappresentano esattamente il perno delle politiche di ridefinizione e riduzione dei diritti dei lavoratori

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L'IMMIGRAZIONE IN ITALIA.
TRA CONTROLLO E SFRUTTAMENTO DEL LAVORO.

L'immigrazione transnazionale in Italia è un fenomeno relativamente recente. Già a metà degli anni '70 si incomincia a registrare una presenza di cittadini stranieri immigrati di una certa consistenza, anche se, in definitiva, è solo da metà degli anni '80 che l'immigrazione incomincia a divenire un fenomeno sociale rilevante all'interno dello spazio pubblico: mediatico e politico.
Per quanto gli opinion leaders italiani, già allora, descrivessero l'immigrazione come "invasione" e parlassero del fenomeno in termini allarmistici ed eccezionali, l'immigrazione non ha raggiunto mai in termini meramente quantitativi le cifre di altri paesi "sviluppati" europei ed extraeuropei.

L'inizio dell'immigrazione in Italia è da molti collegata alle politiche di chiusura operate dai paesi storicamente meta dei lavoratori immigrati, in particolare Germania e Francia. A partire dal 1973, con la crisi petrolifera si assiste in questi paesi ad una inversione di tendenza nelle politiche migratorie che porta, da una certa apertura al fenomeno, ad una netta chiusura che comunque non ha mai comportato un sostanziale blocco del flusso migratorio. Questa teoria è solo in parte veritiera, poiché gli immigrati che arrivano in Italia non provengono tutti da paesi che tradizionalmente fornivano mano d'opera ai paesi d'immigrazione storici.
Più convincente appare la teoria di chi sostiene che l'attuale fenomeno migratorio vada inquadrato in una generale ridefinizione della suddivisione internazionale del mercato del lavoro. Il nuovo riassetto del mercato del lavoro ha visto la forte espansione del terziario come settore preferenziale d'impiego ed è proprio in questo settore che gli immigrati trovano prevalentemente impiego.
Questa differente prospettiva d'inserimento lavorativo, rispetto agli immigrati che negli anni '60 trovavano impiego nella grande industria, si riflette anche sui differenti processi d'inserimento sociale, laddove negli anni passati erano la fabbrica e il sindacato i luoghi privilegiati di prima socializzazione per gli immigrati, oggi il luogo di lavoro non assolve più questa funzione.

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Il modello mediterraneo
Per quanto riguarda i nuovi flussi migratori nel Sud Europa sono molte le specificità e le differenze rispetto al modello classico dell'immigrazione così com'è stato teorizzato studiando le immigrazioni nel secondo dopo guerra. Sono in molti infatti che parlano, oggi, di modello mediterraneo delle immigrazioni.
La prima sostanziale differenza è che mentre le immigrazioni in Nord Europa negli anni '50 e '60 sono state stimolate ed esplicitamente favorite dai paesi "ospiti", le immigrazioni degli anni '80 verso l'Italia così come la Spagna, la Grecia e il Portogallo, non sono state affatto né programmate, né gestite.
Negli anni della ricostruzione Paesi come la Francia e la Germania hanno concluso con gli Stati d'emigrazione numerosi trattati per garantirsi un congruo numero di lavoratori immigrati. Si può sostenere che nel ventennio tra il 1950 e il 1970 l'immigrazione è stato un processo sociale accettato e non subito. Questo, sia chiaro, non vuol dire assolutamente che i lavoratori immigrati abbiano trovato un clima sociale a loro favorevole o una degna tutela nell'ambito lavorativo, tutt'altro!
Nei paesi del Sud Europa l'immigrazione incomincia in sordina e in maniera totalmente sregolata. I paesi si trovano assolutamente privi di una normativa adatta ad affrontare il nuovo fenomeno. Questo elemento rappresenta la seconda specificità del modello mediterraneo. Quasi tutti gli immigrati, soprattutto nei primi anni, entrano irregolarmente nel territorio ospite principalmente perché manca del tutto una normativa che regoli il fenomeno.
I primi immigrati tunisini in Sicilia che andavano a lavorare nella zona di Mazzara del Vallo nei pescherecci oppure le lavoratrici filippine e capoverdiane che lavoravano come collaboratrici domestiche nella maggioranza dei casi erano privi di permesso di soggiorno e lavoravano "chiaramente" in nero.
Questo lungo periodo di laissez faire produrrà i suoi effetti nocivi nel lungo periodo. L'immigrazione incomincia a divenire problema sociale anche perché totalmente priva di una normativa di riferimento. I primi immigrati quasi tutti "clandestini" sono costretti a lavorare in nero alimentando un mercato del lavoro sommerso che non rinuncerà più a questa mano d'opera a "basso costo".
I medesimi problemi si riscontrano, in ugual misura, in Spagna e Grecia e la dimostrazione di ciò è data dalle numerose sanatorie che si succedono in questi Stati.

Un'altra particolarità dell'immigrazione in Italia è la forte componente femminile soprattutto nel primo periodo. In genere una certa sociologia delle migrazioni, ormai risalente, aveva strutturato un modello migratorio familiare secondo il quale è sempre prima il maschio giovane che emigra e solo successivamente la donna con il resto della famiglia che segue l'uomo quando questo si è insediato stabilmente.
Il processo migratorio italiano ha dimostrato la relatività di questo modello che è stato decisamente contraddetto. In Italia per molte nazionalità d'immigrati è sempre la donna quella ad iniziare il progetto migratorio. È il caso ad esempio delle donne Filippine, Capoverdiane o Somale che già all'inizio degli anni '80 (in alcuni casi anche prima) emigravano in Italia per lavorare come domestiche nelle famiglie borghesi delle grandi città.
Le ragioni di questa particolare emigrazione sono da ricondurre principalmente al lavoro di mediazione delle missioni cattoliche in questi Paesi. La Chiesa cattolica, soprattutto nel primo periodo dell'immigrazione, si è comportata come un vero e proprio network lavorando in rete tra i luoghi d'emigrazione e l'Italia. Il lavoro domestico è sicuramente uno degli impieghi in cui sono maggiormente coinvolti gli immigrati in Italia.
Come detto precedentemente gli immigrati in Italia trovano impiego soprattutto nel terzo settore, tipo appunto il lavoro domestico, secondo molti questo è dovuto al fatto che gli immigrati stanno man mano sostituendo gli italiani nei lavori che quest'ultimi non vogliono più fare. In realtà la struttura di governo delle attuali immigrazioni obbliga gli immigrati ad accettare posizioni lavorative degradanti ed economicamente non proporzionate al lavoro svolto.

Un'altra caratteristica tipica dell'immigrazione italiana è la frammentazione delle presenze nazionali. Mentre l'immigrazione nei paesi del Nord Europa è sempre stata più omogenea nella composizione delle nazionalità originarie lo stesso non si può dire per l'Italia. Questo elemento è l'inevitabile effetto di una immigrazione non "gestita" né "governata" com'è stata invece l'immigrazione in Germania paese in cui la maggior parte degli immigrati provengono dalla Turchia o in Francia dove gli immigrati provengono quasi tutti dai paesi ex colonie.
In Italia attualmente nessuna nazionalità supera il 20% del totale degli immigrati presenti. All'interno della scuola pubblica sono presenti alunni stranieri provenienti da 180 Stati differenti.
Le cittadinanze maggiormente rappresentate sono quella marocchina e quella albanese. La medesima frammentazione si evidenzia anche all'interno del paese. Al di là di alcune specifiche nazionalità che hanno creato delle vere e proprie comunità (come è il caso dei cinesi a Prato) in nessuna regione si trova una nazionalità quantitativamente molto più rappresentata di altre.

 
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Le politiche migratorie
Si è già detto della totale assenza di una normativa ad hoc per gli stranieri per tutto il primo periodo dell'immigrazione in Italia. Fino al 1986 le uniche norme che regolavano la presenza degli stranieri nel territorio italiano erano contenute nel Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS, R.D. n.773 del 1931).
La legge, risalente al ventennio fascista, affrontava la presenza nel territorio dello Stato degli stranieri, in termini esclusivamente securitari. Le poche norme presenti nel Testo Unico, che, comunque, sopravvissero al regime fascista, furono nei primi anni della Repubblica integrati con circolari amministrative che, sebbene non abbiano forza di legge, sono state le uniche fonti "normative" nella materia.
Attualmente alcune di queste norme sono state incorporate nell'attuale Testo Unico sull'Immigrazione (D.Lgs. n.286/98), ma l'elemento di continuità più vistoso dal periodo fascista ad oggi è riferibile ai soggetti istituzionali preposti all'applicazione delle norme di "governo" dell'ingresso e soggiorno degli immigrati, ieri come oggi: gli uffici di pubblica sicurezza.
Bisogna considerare, comunque, che queste poche norme e le relative circolari non regolavano organicamente l'ingresso degli immigrati in Italia ma si limitavano (e tra l'altro in maniera molto confusa) a disciplinare l'istituto del permesso di soggiorno che, per altro, è stato introdotto con una circolare ministeriale.
Nel corso degli anni il legislatore ha cominciato a interessarsi del fenomeno immigrazione in modo lacunoso, contraddittorio e sicuramente tardivo rispetto all'evoluzione e alla consistenza del fenomeno stesso. Questo modo di procedere ha messo subito in evidenza sia la velocità di mutamento propria del fenomeno sia la lentezza della macchina legislativa, soprattutto nei suoi aspetti applicativi.

La prima vera legge sull'immigrazione è del 1986 (L. n.943/86) intitolata "Norme in materia di collocamento e di trattamento dei lavoratori extracomunitari immigrati e contro le immigrazioni clandestine". Questa legge rappresentava un atto dovuto per l'Italia che aveva l'obbligo di dare attuazione alla Convenzione OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sui diritti dei lavoratori stranieri (n. 143 del 1975).
La legge comunque partiva deficitaria all'origine; pensata e strutturata esclusivamente sulla figura del lavoratore straniero, non conteneva alcuna norma tesa a favorire i processi d'integrazione. La concezione del fenomeno migratorio che ne veniva fuori era di un fenomeno ancora marginale e transitorio.
La legge introduceva: il principio di parità di trattamento tra il lavoratore extracomunitario e i lavoratori italiani (art.1), il diritto al ricongiungimento familiare (art.4), le procedure e i presupposti per l'autorizzazione al lavoro (art.8), le sanzioni a carico dei datori di lavoro e di chiunque favorisse l'immigrazione clandestina (art.12). Tale legge promosse inoltre una seconda sanatoria (la prima sanatoria fu promossa nel 1982 attraverso delle circolari amministrative ma riguardò poche migliaia di immigrati). In fine la legge manteneva le norme del vecchio TULPS su ingresso, soggiorno ed espulsione.
Questa legge si dimostrò del tutto inadeguata per regolare un fenomeno complesso come quello dell'immigrazione, molte norme mancavano d'indirizzi attuativi e vi erano interi settori assolutamente privi di disciplina (ad esempio il lavoro autonomo).

Già alla fine del 1989, dopo una grande stagione di proteste portate avanti anche in prima persona dagli immigrati, si giunge ad una seconda legge che nell'intenzione del Governo doveva dare una disciplina organica all'intero fenomeno.
Nel Dicembre del 1989 viene emanato il Decreto Legge n. 419 convertito in legge nel Marzo dell'anno seguente: Legge 39/1990 "Norme urgenti in materia di asilo politico, ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari e di regolarizzazione", meglio nota come legge "Martelli" dal nome del Vicepresidente del Consiglio che la promosse.
Nello stesso anno si svolse in Italia la prima conferenza nazionale sull'immigrazione, tenutasi a Roma tra il 4 e il 6 Giugno, con il dichiarato obbiettivo di fornire dati e statistiche conoscitive sul fenomeno dell'immigrazione. La conferenza, che chiudeva il semestre italiano di presidenza europea, ebbe il pregio di aprire il dibattito pubblico sull'immigrazione ma mostrò anche i molti limiti dell'azione di governo che non riuscì neanche a fornire cifre certe sulla presenza degli immigrati nel paese.
Il 1990 è un anno cruciale. Si incomincia a diffondere nel paese il "panico" da invasione alimentato da analisi allarmistiche sugli effetti del crollo dei regimi comunisti dell'Est Europa. Con queste premesse l'Italia affronta il primo "esodo" d'immigrati albanesi che fuggono dal regime stalinista, ormai al collasso.
L'accoglienza degli italiani è ben nota, rinchiusi nello stadio di Bari gli immigrati saranno espulsi in massa verso l'Albania. L'episodio dello stadio di Bari può essere significativamente riconosciuto come il primo esperimento d'internamento degli immigrati (il Governo di centro-sinistra istituzionalizzerà la pratica con l'introduzione dei CPT nel 1998).
Il modello di "governo" dell'immigrazione introdotto con la legge Martelli si basa sulla contingentazione dei flussi d'immigrati. Annualmente il Governo dovrebbe emanare un decreto con il quale stabilisce il numero di lavoratori immigrati che possono fare ingresso in Italia.
Per i primi anni in cui la legge è stata in vigore, i decreti emanati dai Governi sono stati pari a zero. Il grosso limite di questo modello è la delega completa ai datori di lavoro in relazione ai costituendi rapporti con i lavoratori immigrati premessa obbligatoria per l'autorizzazione all'ingresso.
Il sistema di governo delle immigrazione in Italia, inaugurato con la legge Martelli e confermato, con alcune modifiche, anche sostanziali, nei successivi interventi legislativi (legge Turco-Napolitano e legge Bossi-Fini) verte sul principio dell'azionabilità della procedura d'ingresso ad opera del datore di lavoro. Questa delega in bianco da parte dell'amministrazione pubblica ai datori di lavoro rappresenta la base del sistema di controllo del lavoro immigrato.
Anche la legge Martelli si dimostrò alla lunga uno strumento totalmente insufficiente ad affrontare un fenomeno che nelle premesse della legge era ritenuto ancora del tutto eccezionale e che nella realtà dei fatti era divenuto ormai strutturale e ordinario.
La legge veniva criticata per la mancanza di norme che garantissero l'effettività dei procedimenti espulsivi. In realtà quelli che, agli occhi degli opinion leaders, erano considerati elementi ostativi alle procedure d'espulsione erano quelle norme minime di tutela giuridica (in particolare la sospensione dell'efficacia dell'espulsione come effetto del ricorso amministrativo contro il provvedimento espulsivo).
La legge Martelli ha avuto un primo tentativo di riforma con i cosiddetti "decreti Dini" emanati nel corso del 1995 e non convertiti in legge, tranne le norme sulla terza sanatoria.

La prima vera legge organica sull'immigrazione è la legge Turco-Napolitano. Tale legge provvedeva ad abrogare la precedente Legge Martelli, salvo che per l'art. 1 dedicato all'asilo, materia che avrebbe dovuto essere oggetto di un provvedimento ad hoc e pertanto stralciata dalla riforma del '98. Inoltre vengono lasciate intatte le norme del TULPS e quelle della L. 943/86 con le quali, qualche mese dopo, si va a comporre il nuovo "Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero", emanato con Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.
Fatto salvo per l'ennesimo provvedimento di sanatoria (la quinta), disposto con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 16 ottobre 1998, la Legge Turco-Napolitano ed il successivo T.U. sull'immigrazione costituiscono un sensibile affinamento degli strumenti tecnico-giuridici con cui dare attuazione al sistema di controllo dei processi migratori e di contrasto alle immigrazioni "irregolari".
Nella relazione introduttiva al disegno di legge vengono precisati quali sono i tre obiettivi che la legge intende raggiungere: "contrasto dell'immigrazione clandestina e dello sfruttamento criminale dei flussi migratori; realizzazione di una puntuale politica di ingressi legali, programmati e regolati; avvio di realistici ma effettivi percorsi di integrazione per i nuovi immigrati e per gli stranieri già regolarmente residenti".
Gli obbiettivi presentati non sono autonomi tra loro, la possibilità di una effettiva integrazione degli immigrati è considerata dal Governo possibile solo ed esclusivamente se subordinata ad una efficace politica di contrasto dell'immigrazione irregolare.
Questa logica, del tutto priva di qualsiasi giustificazione politica, ha come prima conseguenza che diviene virtualmente impossibile, secondo la legge, per un immigrato sans-papiers poter regolarizzare in loco la posizione giuridica.
Il decreto annuale con cui il Governo stabilisce il contingente d'ingressi per lavoro consta di diverse "canali" d'ingresso. Il più importante, o meglio, il più sfruttato, è quello della chiamata nominativa, cioè quello attraverso il quale è il datore di lavoro che si fa carico d'indicare il nome dello straniero che si vuol fare entrare in Italia per impiegarlo alle proprie dipendenze.
Questo strumento è stato usato nel corso degli anni e nei limiti delle quote fissate come mezzo per regolarizzare situazioni di pregressa "irregolarità", con buona pace del Governo e delle sue teorie sul contrasto all'immigrazione clandestina. In sostanza, aggirando il sistema normativo, i datori di lavoro hanno usato lo strumento di governo dell'immigrazione per regolarizzare rapporti di lavoro già esistenti.
Un altro mezzo per garantire l'ingresso in Italia al lavoratore straniero era quello cosiddetto dello "sponsor", in questo caso un cittadino italiano (o un cittadino straniero regolarmente soggiornante) si faceva carico di garantire per un anno, vitto, alloggio e spese sanitarie, allo straniero che faceva ingresso nel territorio alla ricerca di un occupazione.
Questo sistema d'ingresso totalmente svincolato dal costituendo rapporto di lavoro dello straniero si è dimostrato negli anni, benché molto poco sfruttato nei decreti flusso, il sistema di maggior tutela del lavoratore straniero. Ma la legge Bossi-Fini lo ha abrogato!!
Due sono i nuovi strumenti introdotti dalla legge per contrastare le immigrazioni irregolari: l'istituzione dei centri di permanenza temporanea (CPT) e la delega al Ministro degli Esteri per concludere accordi bilaterali con i paesi d'origine dei migranti, finalizzati alla riammissione degli espulsi.
La possibilità della detenzione amministrativa per gli immigrati irregolari è un'assoluta novità per l'ordinamento italiano oltre che un istituto che pone molti dubbi di costituzionalità.
Di fatto si reintroduce in Italia la carcerazione di soggetti che hanno esclusivamente commesso illeciti amministrativi. In relazione agli accordi bilaterali di riammissione il testo di legge specifica che questi, oltre a disciplinare le modalità con cui il paese d'origine procede al riconoscimento del proprio cittadino, possano stabilire delle quote preferenziali all'interno dell'annuale decreto flussi, a favore dei lavoratori del paese che sottoscrive l'accordo con l'Italia. Si inaugura per l'Italia una sorta di politica diplomatica del do ut des. Gli accordi di riammissione che l'Italia sottoscriverà saranno ripagati o con finanziamenti delle polizie di frontiera dei paesi aderenti al trattato o con progetti di cooperazione o, ad ultimo, con la concessione di quote riservate per gli ingressi.
Per quanto riguarda le politiche d'integrazione potremmo suddividerle in due categorie: le politiche d'integrazione sociale e le politiche d'integrazione giuridica, laddove in quest'ultimo caso parliamo dell'acquisizione graduale dei diritti di cittadinanza.
Per quanto riguarda le norme sull'integrazione sociale il Testo Unico delinea un sistema aperto di ampie deleghe agli enti locali che divengono i veri attori protagonisti dell'integrazione degli immigrati. Il Governo si limita ad indicare quelle che considera le priorità delle politiche d'integrazione attraverso un Documento programmatico triennale per le politiche migratorie.
Quello che viene definito percorso di cittadinanza e che si sarebbe dovuto sostanziare nella progressiva acquisizione dei diritti, compresi quelli politici, contestuale alla permanenza nel territorio italiano, si doveva concretizzare nella creazione di un titolo di soggiorno a tempo indeterminato che garantisse l'acquisizione del diritto di voto attivo alle elezioni locali.
L'istituzione di questo status giuridico intermedio tra la cittadinanza e la condizione di straniero, anche detto denizenship (quasi-cittadino), è rimasto parziale, proprio perché il diritto di voto alle elezioni amministrative, presente nel progetto di legge originario, venne stralciato dal testo di legge prima della sua presentazione in parlamento, con l'evidente effetto di svuotare completamente l'istituto del suo aspetto maggiormente innovativo.
Inoltre si consideri che in sede di applicazione del Testo Unico i presupposti per l'acquisizione della carta di soggiorno, cioè il titolo di soggiorno per lungo-residenti, sono stati resi estremamente selettivi: oltre ai cinque anni di presenza legale in Italia, previsti dal testo di legge, una circolare ministeriale ha specificato che per l'acquisto del titolo di soggiorno è necessario un contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Questo ulteriore elemento rafforza l'idea di una legislazione sull'immigrazione volta più a controllare il lavoro degli immigrati che non a "governare" il fenomeno.

 
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La legge Bossi-Fini
Il Testo Unico sull'Immigrazione è stato recentemente riformato dalla famigerata legge "Bossi-Fini". La nuova legislazione si colloca sull'onda tracciata dalla legge Turco-Napolitano eliminando i pochi aspetti positivi e aggravando gli aspetti repressivi e le politiche riguardanti il lavoro degli immigrati.
In particolare la legge Bossi-Fini inasprisce l'istituto del trattenimento obbligatorio nei centri di permanenza temporanea (questo l'eufemistico nome con cui vengono chiamati i moderni carceri per immigrati) portando da 30 a 60 i giorni di detenzione massima.
La legge inoltre introduce la possibilità dell'accompagnamento coattivo immediato alla frontiera e snellisce le pratiche per l'espulsione eliminando quelle norme (ormai residuali) di garanzia e tutela giurisdizionali per i cittadini immigrati da espellere.
Ma è rispetto alle politiche di "governo" dell'immigrazione che la nuova legge introduce le norme più aberranti. Vengono ridotti i limiti massimi di validità del permesso di soggiorno che attualmente può essere di massimo due anni nel caso d'immigrato con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Viene ridotto a sei mesi il limite massimo di disoccupazione (prima era un anno).
Viene eliminato l'istituto dello sponsor ma soprattutto viene introdotto l'istituto del contratto di soggiorno.
In sostanza si vincola maggiormente il soggiorno legale dell'immigrato al rapporto di lavoro che si va a costituire e di cui il contratto diviene presupposto essenziale per il rilascio del permesso di soggiorno.
Nella sostanza il cambiamento non è così radicale come s'immagina. Il contratto di soggiorno non si discosta di molto dalla chiamata nominativa come era precedentemente concepita. In effetti è essenzialmente l'atteggiamento politico nei confronti dell'immigrazione che ha una svolta a 360°.
Mentre nella legge Turco-Napolitano il rigore e le norme di controllo che delegavano il "governo" dell'immigrazione ai datori di lavoro, erano comunque ammantate da un certo paternalismo, le attuali norme sono accompagnate dagli atteggiamenti aggressivi e razzisti dei politici che le hanno poste in essere.
Questo diverso atteggiamento si riflette nelle prassi amministrative dei soggetti chiamati a dare esecuzione alle norme di legge. E' sotto gli occhi di tutti il cambiamento radicale che sta avvenendo nelle questure e nelle prefetture italiane nei confronti degli immigrati che sono visti, oggi più di ieri, esclusivamente come un problema di ordine pubblico: è emblematico di ciò l'istituzione dell'obbligo di rilascio delle impronte digitali per tutti gli immigrati.
 
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L'ultima (?) sanatoria

Il più lampante esempio di come le politiche migratorie si risolvano in sistemi di controllo del lavoro immigrato è dato dall'ultima sanatoria entrata in vigore con la legge Bossi-Fini.
La sesta in ordine di tempo. Le sanatorie sono la miglior testimonianza dell'assurdità della teoria della tolleranza-zero nei confronti dei sans-papiers.
In realtà questo assunto rigore nei confronti delle immigrazioni "clandestine" mal cela un interesse diffuso nella classe padronale per il lavoro para-schiavistico dei numerosi immigrati privi dell'autorizzazione amministrativa al soggiorno.
L'ultima sanatoria è la miglior dimostrazione di questa tesi. Come tutte le altre regolarizzazione che l'hanno preceduta anche in questo caso il Governo dichiara che sarà l'ultima e che farla era inevitabile per riparare "i danni" prodotti dalla legislazione precedente.
Abbiamo già visto come non ci sono state modifiche sostanziali al sistema di "governo" delle immigrazioni e niente fa pensare che questi "danni" non si ripetano.
Quello che però bisogna analizzare è il sistema di questa nuova sanatoria, sicuramente la peggiore tra quelle proposte in questi anni.
Presupposti per poter accedere alla sanatoria sono: presenza sul territorio già tre mesi prima l'entrata in vigore della legge, rapporto di lavoro in corso, abitazione idonea, il pagamento dei contributi per il periodo di lavoro pregresso (in realtà si è trattato di una cifra forfetaria indicata dal governo).
Elemento principale: la sanatoria dev'essere azionata dal datore di lavoro che ha avuto di fatto il dominio assoluto nel regolamentare il costituendo rapporto di lavoro.
Si stima che siano numerosissimi i casi di datori di lavoro che hanno chiesto tangenti ai propri dipendenti per presentare la domanda di sanatoria (oltre al pagamento dei contributi a carico del lavoratore prassi diffusissima ovunque).
Concludendo si può dire che quanto è avvenuto in questi mesi con la sanatoria non è altro che il culmine di un processo graduale di aggressione ai diritti dei lavoratori immigrati e quindi dei lavoratori tutti.
Non è un caso che in questi mesi le lotte portate avanti dal Comitato degli Immigrati d'Italia abbiano avuto come piattaforma di rivendicazione la lotta contro la Bossi-Fini e la difesa dell'articolo 18.
 
DATI NUMERICI SULL'IMMIGRAZIONE IN ITALIA

Secondo la più recente stima effettuata dai ricercatori del dossier statistico immigrazione Caritas - Migrantes, gli immigrati regolarmente soggiornanti in Italia sarebbero circa 2.395.000, tenendo conto, oltre ai dati forniti dal Ministero dell'Interno, dei minorenni privi di un permesso di soggiorno personale e dei presunti permessi rilasciati nel 2002/2003 in seguito ai nuovi ingressi e alla recente sanatoria.

1. Stima della popolazione straniera regolare in Italia all'inizio del 2003
Stima popolazione straniera regolare presente al 1.1.2002
1.363.000
Soggiornanti stranieri a qualsiasi titolo presenti in Italia al 1.1.2002
82.000
Ipotesi di nuovi permessi sfuggiti alla registrazione del Ministero dell'Interno in quanto inviati successivamente dalle questure e recuperati a distanza di tempo dall'ISTAT (6%)
230.000
Minori non registrati nell'Archivio di soggiorno in quanto riportati sul permesso di soggiorno dei genitori
1.675.000
Popolazione straniera regolare all'inizio del 2002
Stima incremento popolazione straniera tra il 2002 e il 2003
75.000
Nuovi permessi concessi nel corso del 2002 e validi alla fine dell'anno per lavoro, famiglia e ad altro titolo
45.000
Nati stranieri in Italia nel 2002 più minori venuti a carico di un familiare e non conteggiati tra i permessi
120.000
Stima incremento medio complessivo
600.000 Immigrati che hanno presentato istanza di regolarizzazione (conteggiando una volta sola quelle riguardanti la stessa persona)
2.395.000
POPOLAZIONE STRANIERA REGOLARE ALL'INIZIO DEL 2003
FONTE: Stima Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes su dati del Ministero dell'Interno
 
La popolazione immigrata in Italia risulterebbe dunque pari a circa il 4% della popolazione complessivamente residente, percentuale di incidenza inferiore alla media europea che si aggira attorno al 5%. Si era stimato che nel 2000 gli immigrati nell'Unione Europea fossero poco meno di 19 milioni (18.775.000), dei quali oltre 5 milioni cittadini comunitari. A livello assoluto Germania, Francia e Gran Bretagna sono gli Stati in cui vivono la maggior parte degli immigrati (assieme sfiorano il 70%), mentre quelli che hanno una incidenza maggiore sono l'Austria (9,2%), la stessa Germania (8,9%) e il Belgio (8,8%). Tali percentuali rimangono comunque inferiori rispetto a quanto si verifica negli Stati Uniti (10,3%), Canada (17,4%) o Australia (23,6%).
Nel panorama europeo l'attrattiva migratoria degli Stati del mediterraneo (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) è un fenomeno piuttosto recente e in continua crescita. Agli inizi del 2000 tali Stati ospitavano il 13,6% della popolazione immigrata dell'Unione Europea, un'incidenza sul totale europeo cresciuto di cinque punti nel giro di un solo anno.
Nello specifico l'Italia è diventato un Paese di immigrazione a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. Negli anni Settanta, periodo in cui si arresta l'emigrazione di italiani all'estero, gli immigrati in Italia non sono più di 300.000, provenienti per lo più da Paesi comunitari. La crescita si è sviluppata in maniera costante soprattutto negli anni Novanta; nel 1991 gli immigrati in possesso di un regolare permesso di soggiorno erano 648.935, cifra che raddoppierà nel giro di dieci anni (1.362.630 al 31/12/2001).
2. Immigrati soggiornanti in Italia al 31/12/2001 e al 31/12/2000 suddivisi per motivo di soggiorno
Motivo di soggiorno
2000
totale
2001
totale
Lavoro subordinato*
665.805
650.787
Motivi di famiglia*
354.850
393.865
Commercio - lavoro autonomo*
86.836
89.260
Motivi religiosi
55.098
48.898
Residenza elettiva*
45.259
44.624
Attesa occupazione - iscrizione collocamento*
79.290
43.973
Motivi di studio
35.741
30.790
Soggiorno per ricerca lavoro - Inserimento nel mondo del lavoro*
11.750
11.630
Turismo
8.498
6.843
Motivi di salute
4.836
6.106
Adozione
7.258
5.579
Richiesta asilo
6.802
5.529
Affidamento - minore età
5.107
5.323
Asilo politico*
4.117
5.152
Motivi straordinari con possibilità di lavoro*
5.752
3.515
Motivi straordinari
1.088
1.084
Altri motivi
10.446
9.672
TOTALE
1.388.153
1.362.630
* Permessi che consentono di svolgere qualsiasi attività lavorativa
Fonte: nostra elaborazione su dati del Ministero dell'Interno
 
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Alcune caratteristiche della presenza immigrata
Pur essendo di fronte ad una realtà al suo interno molto diversificata, si può affermare che la presenza immigrata in Italia sta assumendo sempre più i caratteri della stabilità. L'immigrazione di lunga durata è oggi diventata quella maggioritaria, e tale stabilizzazione procede parallelamente all'aumento dei ricongiungimenti familiari e della presenza di donne e minori. In dieci anni le donne immigrate sono passate da 361.137 a 635.360 e la loro incidenza sul totale degli immigrati è aumentata di circa quattro punti (dal 42 al 46 per cento). I minori, nel giro di un solo triennio (dal 1998 al 2001), si stima siano pressappoco duplicati passando da circa 180mila a oltre 320mila, vuoi per l'aumento dei ricongiungimenti che per l'alto tasso di natalità che caratterizza una buona parte della popolazione immigrata.
Se si osserva la composizione della popolazione immigrata in Italia in base alle aree di provenienza non emergono gruppi nettamente dominanti come avviene in altri Paesi europei. L'immigrazione di origine marocchina e quella di origine albanese risultano essere le più consistenti, anche se assieme superano di poco il venti per cento del totale. Nella mappa delle origini nazionali sono rappresentati tutti i continenti, anche se prevalgono gli immigrati provenienti dall'Europa dell'est, immigrazione che ha subito un aumento soprattutto negli anni appena trascorsi. Nell'ultimo decennio l'immigrazione che ha registrato un incremento maggiore è stata quella rumena e albanese, le cui popolazioni presenti in Italia sono cresciute rispettivamente di nove e di sei volte.
 
3. Immigrati soggiornanti suddivisi per paese di provenienza - raffronto 1991-2001
Presenza immigrati nel 1991
Presenza immigrati nel 2001
Variazione %
1991-2001
provenienza
soggiorni
% su tot.immigrati
provenienza
soggiorni
% su tot.immigrati
Marocco
83.292
12,8
Marocco
158.094
11,6
89,8
Tunisia
41.547
6,4
Albania
144.120
10,6
479,1
Stati Uniti
41.523
6,4
Romania
75.377
5,5
813,6
Filippine
36.316
5,6
Filippine
64.215
4,7
76,8
Ex Jugoslavia
26.727
4,1
Cina Popolare
56.566
4,2
258,6
Germania
26.377
4,1
Tunisia
46.494
3,4
11,1
Albania
24.886
3,8
Stati Uniti
43.650
3,2
5,1
Senegal
24.194
3,7
Jugoslavia
36.614
2,7
n.d.
Egitto
18.472
2,8
Germania
35.888
2,6
36,1
Regno Unito
17.351
2,7
Senegal
34.811
2,6
43,9
Francia
16.637
2,6
Sri Lanka
34.464
2,5
184,5
Cina Popolare
15.776
2,4
Polonia
30.658
2,2
152,6
Svizzera
15.007
2,3
India
29.873
2,2
12,6
Polonia
12.139
1,9
Perù
29.627
2,2
490
Sri Lanka
12.114
1,9
Egitto
26.166
1,9
41,7
Ghana
11.303
1,8
Francia
25.880
1,9
55,6
Brasile
10.953
1,7
Regno Unito
23.617
1,7
36,1
Spagna
10.863
1,7
Macedonia
23.142
1,7
n.d.
India
9.918
1,5
Bangladesh
20.127
1,5
263
Argentina
9.603
1,5
Brasile
18.776
1,4
71,4
Altri Stati
183.937
28,3
Altri Stati
404.471
29,7
119,9
TOTALE
648.935
100
TOTALE
1.362.630
100
110
FONTE: nostra elaborazione da Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes 2002
 
Le notevoli differenze che, al suo interno, presenta lo sviluppo economico italiano, si rispecchiano anche nell'insediamento degli immigrati. L'Italia del Nord è sempre più il luogo di destinazione delle migrazioni, in particolare la Lombardia, che da sola accoglie quasi un quarto del totale degli immigrati. Questo trend si è accentuato negli ultimi anni, quando si è si è assistito anche a una migrazione interna all'Italia, dal Centro e dal Sud verso regioni del Nord più affamate di manodopera. Oggi il Sud e le Isole ospitano solo il 14% della popolazione immigrata, che per il 57% soggiorna nel nord Italia.
Le grandi città continuano a essere le zone che per gli immigrati esercitano maggiore attrattiva anche se, con il progressivo stabilizzarsi dell'immigrazione, si sta verificando un nuovo spostamento verso comuni di più piccola dimensione.
 
4. Città nelle quali si registra un maggior numero di immigrati soggiornanti
Città
2000
2001
Variazione %
2000/2001
Roma
222.588
212.095
-4,71
Milano
174.460
168.174
-3,60
Torino
48.737
52.164
7,03
Brescia
38.015
43.249
13,77
Napoli
44.953
41.251
-8,24
Verona
31.879
32.499
1,94
Bologna
30.660
32.457
5,86
Vicenza
37.376
30.861
-17,43
Treviso
29.776
29.957
0,61
Firenze
42.963
27.258
-36,55
Bergamo
26.177
24.409
-6,75
Perugia
21.713
22.251
2,48
Bolzano
18.307
18.411
0,57
Reggio Emilia
17.558
18.951
7,93
Modena
15.970
18.384
15,12
Varese
15.538
17.739
14,17
Genova
21.326
17.013
-20,22
FONTE: Ministero dell'Interno
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Fare ingresso in Italia

Salvo rare eccezioni un cittadino straniero, per poter iniziare a lavorare in Italia, deve essere già munito, in partenza dal proprio Paese, di un visto di ingresso che consenta di ottenere un permesso di soggiorno idoneo per svolgere attività lavorativa. I due canali principali di immigrazione regolare in Italia sono quelli dell'ingresso per lavoro e dell'ingresso per ricongiungimento familiare; entrambe le procedure devono partire da una chiamata nominativa da parte del soggetto interessato presente regolarmente in Italia (datore di lavoro o familiare).
5. Visti di ingresso rilasciati negli anni 1999, 2000 e 2001
Motivi del visto
1999
2000
2001
Lavoro subordinato
35.902 82.115 91.007
Lavoro autonomo 7.279 7.568 5.987
Ricongiungimento familiare 44.666 48.705 64.800
Studio 31.609 35.628 38.366
Motivi religiosi 6.080 8.007 7.018
Residenza elettiva 499 518 791
Altri motivi (ingressI temporanei) 708.741 826.458 739.353
TOTALE VISTI RILASCIATI 834.776 1.008.999 947.322
FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes 2002
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Come si è accennato in precedenza il ricongiungimento familiare (che è possibile effettuare con il coniuge, i figli minori e, in alcuni casi, anche con i genitori) è un fenomeno in costante crescita ed è diventato negli ultimi anni un motivo di ingresso incidente quasi quanto il lavoro, a dimostrazione di un modello migratorio che tende sempre più all'insediamento stabile. Al 31/12/2001 i permessi per motivi di famiglia risultavano essere pari al 28,9% del totale, rispetto al 25,6% dell'anno precedente o addirittura al 19% di tre anni prima. Nel 2001 i visti rilasciati per ricongiungimento familiare sono stati 64.800, rispetto ai 48.705 dell'anno 2000.
Gli ingressi per lavoro sono soggetti a una politica di controllo dei flussi da parte del governo italiano, per cui un datore di lavoro interessato può richiedere manodopera dall'estero solo nel momento in cui vengano decretate le cosiddette quote di ingresso. Alla scarsa praticità che ha da sempre contraddistinto tale procedura di ingresso (e di incontro fra offerta e domanda di lavoro), si sono sommate ulteriori difficoltà a causa dei ritardi e dell'esiguità delle quote concesse sin ora. Anche in questo 2003 le quote di ingresso per lavoro subordinato non hanno ancora visto la luce, mentre lo scorso anno sono state decretate unicamente a metà ottobre (e limitate solo ad alcuni Paesi di provenienza). Le uniche quote che di anno in anno vengono incrementate sono quelle per lavoro stagionale, da cui discendono permessi di soggiorno che scadono con la stagione stessa, in linea con una filosofia che vuole legare la presenza dell'immigrato in Italia unicamente al suo posto di lavoro. Per il 2003 sono già state concesse 60mila quote stagionali.
6. Quote di ingresso stabilite negli anni 2000, 2001 e 2002
Modalità di ingresso
2000
2001
2002
Ingresso per lavoro subordinato
48.000 17.000
Ingresso per lavoro stagionale 48.000 52.400 60.000
Ingresso per lavoro autonomo 2.000 3.000 5.000
Ingresso per ricerca di lavoro 15.000 15.000  
Ingresso tramite quote preferenziali* 18.000 15.000 14.500
TOTALI 83.000 102.400 79.500
* le quote preferenziali, che in questi casi riguardano per lo più ingressi per lavoro subordinato, sono riconosciute ogni anno a quegli Stati (fra cui in particolare Albania, Tunisia e Marocco) che hanno firmato accordi bilaterali con l'Italia per "riprendersi" i propri cittadini espulsi dal nostro territorio perché presenti irregolarmente
 
Le politiche restrittive in materia di immigrazione hanno sin ora generato un continuo aumento della presenza di immigrati privi di permesso di soggiorno. Tali politiche, adottate nei paesi di più vecchia immigrazione a partire dagli ani '70, ben lontane dall'arrestare un'immigrazione generata da fattori socio-economici globali, non hanno fatto altro che incrementare le fila di lavoratori privati dei propri diritti e facilmente sfruttabili. L'inasprimento delle politiche ha precarizzato anche la posizione degli immigrati già in possesso di un permesso di soggiorno, che si trovano ad affrontare difficoltà sempre maggiori al momento del rinnovo dello stesso. Di ciò è sintomatico il calo di permessi di soggiorno di oltre 20mila unità che si è registrato tra il 2000 e il 2001, nonostante il rilascio di oltre 95mila nuovi visti di ingresso per lavoro. Non deve quindi stupire più di tanto il numero delle domande di regolarizzazione, 702mila, che sono state presentate lo scorso anno, tra settembre e novembre, nell'ambito della sanatoria decisa dal governo Berlusconi. Una simile cifra svela una realtà in cui oltre un immigrato su tre, pur essendo inserito nel sistema economico-produttivo italiano, è stato costretto a vivere nella clandestinità.
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LE POLITICHE SULL'ASILO
Parlare di "politiche" sull'asilo in Italia rischia di trasformarsi in una dichiarazione di intenti, un elenco di denunce e desiderata, una sconsolata e allarmante constatazione dell'assenza protratta di norme, programmi, interventi.
L'Italia è l'ultimo Paese membro dell'Unione Europea a non avere ancora approvato una legge organica sul diritto d'asilo, un diritto fondamentale sancito dai più rilevanti strumenti di diritto internazionale. Ed è paradossale come la risposta a questo vuoto legislativo e politico coincida con un'aperta violazione dei diritti umani, nell'occasione di uno sbarco di "clandestini" (spesso prontamente espulsi) o attraverso l'entrata in vigore della Bossi-Fini (che dedica all'asilo due soli articoli).
La Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati (1951) è il più importante trattato a tutela delle persone che fuggono da guerre, persecuzioni, discriminazioni. L'art.1 definisce "rifugiato" la persona che "temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione del proprio Stato". Elementi essenziali della definizione sono il trovarsi fuori dal proprio Stato di origine, il non potere o non volere avvalersi della protezione del Paese di provenienza e il fondato timore di persecuzione. Non è sufficiente, ai sensi di questa definizione, provenire da Paesi dove non sono riconosciute le libertà democratiche, oppure dove sono in corso guerre civili, bensì occorre documentare in modo credibile di avere subito persecuzioni e discriminazioni personali per i motivi indicati. La Convenzione di Ginevra sancisce dei principi cardine nel trattamento di coloro che richiedono protezione, quali l'impunibilità per l'ingresso irregolare e il divieto di respingimento (non-refoulement).
Tuttavia, oltre alla difficoltà di portare con sé, nel dramma della fuga, documenti e prove, aumentano costantemente i casi di abbandono coatto del proprio Paese a causa di situazioni di violenza generalizzata, di grave discriminazione o di esclusione sociale ed economica per le quali l'interessato non può provare di essere stato vittima di una persecuzione individuale. Spesso si tratta di serie violazioni di alcuni diritti fondamentali che motivano di per sé la richiesta di protezione e che giustificano l'impossibilità di rimpatrio
La nostra Costituzione, all'art.10 c.3, riconosce che "lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge". I criteri per il riconoscimento del diritto d'asilo sarebbero dunque più ampi di quelli previsti dalla Convenzione di Ginevra, ma visto che il dettato costituzionale è stato sinora disatteso, le uniche fonti che in Italia permettono di proteggere i richiedenti asilo, persone che si trovano in una "zona grigia" di tutela (non protette dallo Stato di origine né dallo Stato di arrivo), sono un articolo della legge Martelli (art.1 L39/90), l'unico non abrogato dal Testo Unico, due regolamenti attuativi e qualche sparuta circolare.

Spesso le statistiche soffrono di alcune difficoltà di definizione, che rendono poco agevole la comparazione dei dati anche a livello europeo: infatti, i rifugiati già riconosciuti possono essere confusi, nella terminologia corrente, con i richiedenti asilo (ovvero coloro che hanno presentato domanda, ma non hanno ancora ricevuto risposta), i titolari di permesso per motivi umanitari (una sorta di tutela limitata), gli sfollati e i profughi (più vicini, nella fuga, alle zone di provenienza, che possono godere di forme di protezione temporanea).
I dati più recenti (2001) registrano in Italia circa 23.000 rifugiati (10.000 dei quali godono di protezione per motivi umanitari) provenienti dai Paesi balcanici, dal Medio Oriente e dall'Asia centrale, dall'Africa, in fuga da guerre e condizioni degradanti più o meno visibili e conosciute. La presunta invasione, temuta ad ogni sbarco di gommone sulle coste meridionali o ad ogni notizia di attraversamento della frontiera nordorientale, in realtà rivela per l'Italia dati molto inferiori a quelli di altri Stati europei come Svezia, Danimarca, Germania, Olanda. Tuttavia, è indubbio che gli anni '90 hanno segnato un aumento costante delle richieste di protezione, con alcuni picchi dovuti alle vicende balcaniche (la crisi albanese prima, la guerra di Bosnia e Kosovo poi). Alla fine dello scorso decennio si sono moltiplicate le istanze di kurdi provenienti dalla Turchia e dall'Iraq, nonché di iraniani e afgani e l'Italia si è trasformata da Paese di passaggio a meta finale dei richiedenti asilo.
In Europa, la "redistribuzione" dell'onere di esame delle domande di asilo dovrebbe essere assicurata dalla Convenzione di Dublino (1990), secondo cui il primo Paese di ingresso è quello incaricato di valutare la domanda stessa. Alcune direttive comunitarie hanno tentato di rendere coerente il multiforme panorama degli Stati europei in tema di accoglienza dei rifugiati e riconoscimento dello status (15 leggi diverse), ma nell'ultimo biennio il processo di armonizzazione ha conosciuto innumerevoli battute d'arresto.
Nell'attuale procedura, chi chiede protezione deve inoltrare domanda alla frontiera o, se già entrato nel territorio, alla Questura competente. L'istanza viene poi trasmessa alla Commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato, unico organo competente a decidere sul riconoscimento dello status ai sensi della Convenzione di Ginevra (a), sul rigetto della domanda (b), oppure sul diniego ma con raccomandazione alla Questura di rilasciare un permesso per protezione umanitaria (c).
Tra la presentazione della richiesta e la decisione della Commissione possono passare dai 9 ai 19 mesi. In questo periodo il richiedente asilo non ha diritto a lavorare regolarmente e può ottenere, dalla Prefettura, un contributo di prima assistenza (una tantum), poco più di 17 euro al giorno per un massimo di 45 giorni, ovvero il tempo "stimato" per la durata dell'intero procedimento (ciò significa che con circa 1 milione e mezzo di lire a testa un singolo, una famiglia di 7 persone, una donna con un figlio appena nato… potrebbero sostenersi per ogni necessità, alimentare, alloggiativa, sanitaria, … anche per più di un anno). Non è prevista alcuna norma specifica sull'accoglienza.
L'assistenza ai richiesti asilo e ai rifugiati è stata di necessità coperta da enti pubblici, che assegnano loro i centri di accoglienza disponibili, e da organizzazioni del privato sociale. Il primo progetto nazionale, iniziato nel 2001 e tuttora funzionante, che prevede interventi coordinati di accoglienza, assistenza, integrazione socio-economica e (eventuale) rimpatrio volontario assistito è il Programma Nazionale Asilo (PNA), promosso da Ministero dell'Interno, ACNUR e ANCI e finanziato in parte dai fondi dell'otto per mille IRPEF e in parte dal Fondo Europeo per i Rifugiati. Esso ha coinvolto più di un centinaio di Comuni ed alla fine del primo anno di attività ha accolto circa 2500 persone.

La legge Bossi-Fini ha introdotto preoccupanti "innovazioni" che minacciano di svuotare da un lato il significato etico dell'asilo, dall'altro le garanzie di accesso alla procedura, di non respingimento, di diritto alla difesa. Tra le misure più significative della nuova legge ricordiamo l'introduzione di una procedura "semplificata" per i casi di ingresso e soggiorno irregolare (comprensibilmente, la grande maggioranza delle persone in fuga da persecuzioni/guerre); il trattenimento obbligatorio, per tutti questi casi, presso "centri di identificazione"; la mancata previsione dell'effetto sospensivo di un eventuale ricorso in caso di rigetto della domanda e di conseguente obbligo a lasciare il territorio (il ricorso, cioè, si dovrebbe fare dall'estero!); l'istituzione di Commissioni territoriali in aggiunta all'unica Commissione nazionale; infine, l'abolizione del contributo di prima assistenza.
Nonostante il valore dell'elemento più positivo della norma (l'"emendamento PNA"), che intende rafforzare le esperienze di accoglienza e assistenza decentrate, procedure accelerate e sommarie e limitazioni nelle possibilità di tutela non solo estendono la discrezionalità delle decisioni, ma di fatto svuotano l'effettività dell'esercizio del diritto a chiedere protezione.
(a cura di A. Andrian, F. Bernabini, A. De Bonis),
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
Ambrosini M., La fatica di integrarsi. Immigrati e lavoro in Italia, Il Mulino, Bologna, 2001
Basso P.-Perocco F., Immigrazione e trasformazione della società, FrancoAngeli, Milano, 2000
Dal Lago A., Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano, 1999
Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes 2002
Fabietti U., L'identità etnica, Carocci, Roma, 2002
Galissot R.-Rivera A., L'imbroglio etnico, Dedalo, Bari, 1997 (aggiornato 2001)
Mezzadra S., Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione, OmbreCorte, Verona, 2001
Pollini G.-Scidà G., Sociologia delle migrazioni, FrancoAngeli, Milano, 2002
Pugliese E., Rapporto immigrazione. Lavoro, sindacato, società, Ediesse, Roma, 2000
Sayad A., La doppia assenza, Cortina Editore, Milano 2002
Sassen S., Migranti, coloni, rifugiati, Feltrinelli, Milano 1999
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